Certi periodi della vita non tornano più, per questo è importante che i genitori conoscano bene tutto ciò che bisogna fare quando i figli sono ancora bambini. In questa fase il cervello umano possiede ancora tali potenzialità che il non agire su di esse potrebbe poi rivelarsi una imperdonabile mancanza, uno spreco di opportunità.
Scrive Galimberti:“…l’influenza sui figli dura fino ai 12 anni poi, con la socializzazione e la sessualità, i moniti dei genitori non si ascoltano più. L’operazione va fatta prima, con il dialogo, l’ educazione ai sentimenti. Dopo conta l’esempio della vita dei genitori, ma la parola come monito non serve più”. Ma in quale chiave siamo genitori ? Insieme con l’anonimo che l’ha scritta possiamo chiederci se una baby-sitter è un adolescente che si comporta come un adulto, mentre gli adulti sono fuori e si comportano come adolescenti?
Ecco una chiave di interpretazione, fra le tante, della parola adolescenza: “… non è solo una stagione della vita, ma una modalità ricorsiva della psiche dove i tratti dell’incertezza, l’ansia per il futuro, l’irruzione delle istanze pulsionali, il bisogno di rassicurazione insieme di libertà, si danno talvolta convegno per celebrare, in una stagione, tutte le possibili espressioni in cui può cadenzarsi la vita. Per questo di fronte agli adolescenti noi proviamo ansia. Essi ci testimoniano tutto il possibile che in noi non è divenuto reale” Galimberti.
La parola «adolescenza» viene dal latino alere- nutrire, adolescere-crescere. “In pre adolescenza, la parte del cervello più attiva è quella che presiede eccitazioni ed emozioni, mentre quella del ragionamento è ancora in fase di costruzione. Si vive qui e ora, in un eterno presente” A Pellai. L’adolescente è affamato di verità. Vuole capire, per cui la parola chiave dei ragazzi è la domanda: cosa mi sta succedendo? Chi diventerò? Come mi accoglierà la società? Cosa si aspettano gli altri ragazzi da me? Come posso essere me stesso e insieme non deludere i miei genitori? Chi e come potrà amarmi oltre a loro?
La parola di Calvino ci aiuta a capire meglio i problemi dei ragazzi in chiave semplificativa: ”Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Siamo in presenza di una metamorfosi del Sé, una fase apparentemente difficile, ma nel complesso creativa e positiva. Una sorta di ‘working in progress’ come dice in una parola Winnicott: “l’adolescenza è una scoperta personale durante la quale ogni soggetto è impegnato in una esperienza: quella di vivere; in un problema: quello di esistere”. Diversamente dalla parola di Nizan: “Ho avuto anch’io vent’anni e non permetterò a nessuno di affermare che è la più bella età della vita”.
Forse è più aderente alla realtà considerare l’adolescenza come una fase chiave dello sviluppo, caratterizzata da una disarmonia più o meno temporanea, che si attiva grazie all’emergenza di pressioni biologiche, psicologiche ed insieme sociali. Queste, prima di configurarsi in un nuovo assetto, inevitabilmente si presentano e sono vissute dall’adolescente e dal gruppo sociale, come disarmonia, come mancanza di integrazione, come sospensione tra un passato inattuale e un futuro appena abbozzato.
I genitori del 21 secolo potrebbero obiettare di essere impotenti di fronte ad un problema in più, che può renderci più stupidi: internet. In realtà con google si può cercare sia Peppa Pig che una lezione di filosofia. I quesiti su come i più diversi tools of the mind, alfabeto, mappe, stampa, orologio, fino alla odierna rivoluzione digitale , possano incidere sui processi del pensiero, durante l’adolescenza ed in seguito, sono antichi: basti pensare a come Platone, mettesse in guardia dall’impatto dell’alfabeto e della scrittura sui processi di memorizzazione e di riflessione. Si dovrebbe capire meglio perchè certi stereotipi rimangano integri, come quello dei ragazzi che durante l’adolescenza fanno cose stupide, amano rischiare fino a spezzarsi le ossa del collo o magari sconfinano nel codice penale solo perché hanno un cervello immaturo, o peggio, che funziona male.
La parola di un uomo del 1600, Shakespeare, è insieme autorevole e rappresentativa: “vorrei che non ci fosse età di mezzo fra i dieci e i ventitré anni o che la gioventù dormisse tutto questo intervallo; poiché non c’è nulla in cotesto tempo se non ingravidare ragazze vilipendere gli anziani, rubare e darsi legnate…dopo aver detto ciò, verrebbe mai in mente a qualcuno, tranne a queste teste calde tra i 19 e 22 anni, di “andare a caccia” con questo tempo?”.

La psicoanalisi ha affidato a due mitici ragazzi, nella fase dell’adolescenza, – Edipo e Narciso – la rappresentazione dei due volti del fondamentale dramma dell’esistenza umana; la necessità dell’incontro con l’Altro per poter trovare sé stessi insieme all’ineluttabilità del conflitto per poter essere con l’Altro. È istruttivo capire altri ragazzi chiave tipo Icaro. Prototipo dell’adolescente trasgressivo, ribelle ed onnipotente ma non così celebre e ‘fondante’. Secondo il ben noto copione del figlio unico, iperprotetto di madre single, Icaro si caccia in un grosso guaio ed è costretto ad una rischiosa e tragica fuga.
La prevenzione negli adulti si attiva con il desiderio “che i ragazzi non facciano…”. È la paura “che i ragazzi facciano…”. I ragazzi “fiutano”, dietro le buone ragioni della prevenzione, l’ombra del divieto ed insieme del limite imposto, che non va sfidato perché già definito. E per questo amano la parola sfida. Si tratta di capire, in chiave psicologica, che non è solo pura trasgressione, ma voglia di misurarsi, di vedere “l’effetto che fa”, aprendosi all’incertezza del risultato: capire cioè la forza attrattiva del rischio. Nel corso del l’adolescenza i ragazzi compiono uno sforzo importante per diventare indipendenti dai genitori e per impressionare gli amici. È di grande interesse per gli adulti avere una funzione attiva, metterli nelle condizioni di scegliere con consapevolezza tra una gamma di possibilità ed insieme capire e valutare la complessità della situazione.

Si può capire ciò che si attiva nel cervello dei ragazzi nel periodo che va dalla pubertà a poco più dei vent’anni di età, come oggi viene definita l’età dell’adolescenza attraverso gli studi di Steinberg e altri: cioè l’arrivo di cambiamenti sostanziali e sistematici nel suo funzionamento Ciò non implica che il cervello durante l’adolescenza sia difettoso, ma che è ancora in fase di sviluppo e crea problemi a capire la prospettiva dell’altro. Siamo quindi ben lontani dal capire l’adolescenza attraverso lo stereotipo degli ormoni in subbuglio che influiscono sulle emozioni. Per capire meglio occorre schematizzare cosa si attiva in questo periodo in cui le parole chiave sono: sistema limbico e corteccia prefrontale. Si passa per l’avviamento del sistema limbico -un complesso di strutture del cervello coinvolte nell’integrazione delle emozioni, istintiva e comportamentale- e per un’elevata plasticità della corteccia prefrontale. Ovvero per un’accentuata flessibilità e ridefinizione delle connessioni tra i neuroni che compongono questa area del cervello, coinvolta nell’autocontrollo e che ha pure una serie di funzioni cognitive di alto livello; si attiva nel prendere decisioni, capire cosa fare domani, o tra un anno, inibisce atteggiamenti inappropriati come evitare di dire una parola sgarbata o fare cose stupide. “Non ridere di un giovane per i suoi vezzi; sta cercando solo una faccia dopo l’altra per trovare la sua vera faccia” è la parola di L P Smith alla quale si può aggiungere: insieme alla ricerca della parola giusta per il proprio profilo facebook. La corteccia prefrontale del cervello è attiva inoltre nell’interazione sociale, permette di capire gli altri ragazzi e favorisce l’autoconsapevolezza. Il conflitto all’interno del cervello tra le attività di sistema limbico e corteccia prefrontale attiva a volte un comportamento o una parola che l’adulto reputa incomprensibile.
”L’adolescente non vuole essere capito, ed è per questo che si lamenta tutto il tempo di essere frainteso” S Fry. Il sistema limbico, tra l’altro, fa godere del rischio, altra parola chiave. È ipersensibile alla sensazione di ricompensa del correre rischi negli adolescenti, rispetto a quella del cervello degli adulti; nello stesso periodo, la corteccia prefrontale, che ci impedisce di correre dei rischi eccessivi, è poco attiva nell’adolescenza. Non c’è nulla di patologico da capire nei ragazzi ma solo la grande dinamicità del loro presente. “Ho provato ad essere come Grace Kelly, ma tutti i suoi sguardi erano troppo tristi. Allora ho tentato con Freddie Mercury…sono in crisi di identità!” Mika. Nella fase dell’adolescenza si usa un sistema di autocontrollo che però ancora non ha una sensibilità abbastanza attiva per sfruttarlo a dovere, una lacuna che è insieme una grande opportunità nell’educazione e nello sviluppo sociale.
L’autorevole parola dei neuroscienziati consente di capire meglio quali ricadute dovrebbero esserci nel rapporto tra adolescenti e società, che va dalla famiglia alla scuola insieme alle altre istituzioni, implementando strategie di autocontrollo e consapevolezza. “ Ho un cervello da uomo, non ho l’insicurezza femminile, ragiono sempre secondo le mie potenzialità” Belen. Il ritorno di una sorta di rito iniziatico, ad esempio un anno di volontariato, può essere la chiave in grado di favorire una socializzazione di qualità, la creazione di legami, darebbe concretezza ad alcuni valori; attiverebbe le loro risorse e questo spazio li aiuterebbe anche a capire cosa vogliono fare nella vita. Tutto ciò ha un ruolo significativo ai fini della valutazione di sé e attiva l’autostima. Equivale a cercare la parte migliore di noi stessi fin da ragazzi.

“Essere normali durante il periodo adolescenziale è di per sé anormale…l’adolescenza è per sua natura l’interruzione di una crescita tranquilla” diceva nel 1958 A Freud. Nei decenni successivi le ricerche di Arnett, Epstein, Collins, Offer insieme ad altri hanno valutato, fra l’altro, tre ambiti del comportamento: la conflittualità dei ragazzi con i genitori, l’instabilità dell’umore, i comportamenti a rischio. Si è arrivati a capire, che l’adolescenza può essere una fase di maggiori difficoltà per alcuni ragazzi. La maggior parte della ricerca indica che solo il 20% dei ragazzi nel tempo dell’adolescenza passa attraverso una fase di grande tumulto, mentre una consistente maggioranza prova in genere stati d’animo positivi e attiva relazioni armoniose con genitori e coetanei. In questa chiave di lettura non trova conferme la tesi della tipicità e inevitabilità dell’angoscia nell’adolescenza e viene smentita la parola della Freud circa gli adolescenti apparentemente normali che sarebbero di fatto anormali e destinati ad andare incontro, da adulti, a disturbi psicologici. Ulteriori studi, Dasen e altri, in cui sono state confrontate culture diverse, mostrano come l’adolescenza sia una fase di relativa tranquillità e calma in molte società tradizionali non occidentali. Per di più ci sono prove del fatto che una crescente occidentalizzazione in queste aree sia associata a un aumento del disagio durante l’adolescenza.
“Nell’era della globalizzazione e della frammentazione delle relazioni sono cambiati i bambini e sono cambiati gli adolescenti. Fondamentalmente perché…sono cambiati i genitori” S Vegetti Finzi. Se i ragazzi soffrono di una sorta di analfabetismo delle emozioni, la figura paterna autorevole e insieme autoritaria, che chiedeva sottomissione, contro la quale ci si ribellava in un clima di «distanza affettiva», non c’è più. Anche gli adulti sono degli analfabeti delle emozioni: vorrebbero essere vicini affettivamente, capire, stringersi ai loro figli in chiave di fratellini minori, ma non ci riescono.
Come sintetizza bene Galimberti, i sentimenti non sono una dote naturale, non si trasmettono geneticamente ma si apprendono nel tempo, si acquisiscono culturalmente e soltanto attraverso la costruzione di mappe, o meglio schemi, delle emozioni si possono formare relazioni ed insieme legami. Questa dimensione delle emozioni e dei sentimenti si modella attraverso la cura che i bambini ricevono nei primi tre anni di vita e serve a capire, sentire il mondo e attiva reazioni agli eventi in modo proporzionato. Se in questa fase non sono seguiti, accuditi, ascoltati, allora ci si trova di fronte ad un misconoscimento che produce la sensazione di non essere interessanti, di non valere niente. Così i bambini crescono senza una formazione delle mappe cognitive, rimanendo a un livello d’impulso che è fisiologico, biologico, naturale. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni ovvero a una forma più emancipata. Poi, nel tempo, si arriva alla forma evoluta dei sentimenti che non sono solo una faccenda riguardante le emozioni, ma insieme cognitiva, parola, questa, che rimanda all’apprendimento. Per una mamma capire il bambino, anche se non pronuncia una parola, è facile perché lo ama. Gli amanti, proprio perché si amano, si possono capire tra loro molto più di quanto la loro parola non dica e sia comprensibile al cervello degli altri. I sentimenti sono la parola chiave che consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata, con capacità di accoglienza e insieme di risposta adeguate alle circostanze.
Noi viviamo in un «deserto di insensatezza» prodotto dall’atmosfera nichilista del nostro tempo, e questo disagio non ha tanto a che fare con la psicologia, bensì con la cultura. Perciò è sulla cultura collettiva, e non sulla sofferenza individuale, che bisogna agire. Mentre gli antichi potevano capire i sentimenti e le emozioni attraverso la chiave mitologica tutta la gamma dei sentimenti possibili: Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza. Oggi sentimenti ed emozioni si possono capire attraverso la letteratura, che è il luogo chiave dove si apprende che cosa significa la parola romanticismo insieme a dolore, noia, amore, disperazione, suicidio, passione. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora allora i sentimenti nei ragazzi non si attivano. Ovvero se: “non è capace di costruire una quotidianità fondata sulla relazione, sulla passione per la conoscenza, sulla partecipazione attiva, una scuola così non va bene” G Pietropolli Charmet.
Viviamo in una società ricca e complicata, non più povera e semplice come una volta, dove il confine tra bene e male, il permesso e il proibito era ben segnalato. Oggi tutto è consentito, la società è opulenta, i bambini ricevono regali in quantità, anche quelli che non desiderano. Allora, quando arriva l’adolescenza, periodo in cui si perde il ruolo infantile, succede che i ragazzi, a volte, non abbiano ben chiaro cosa lasciano; specie se da bambini non hanno fatto bene il proprio mestiere. Si estingue addirittura il desiderio perché i bambini vengono gratificati prima ancora di desiderare. E questi, purtroppo, sono processi chiave nei quali si attiva l’apatia della psiche. ‘Auspico’ è una parola inutile insieme a ‘Mi auguro’, ‘Spero’: servono a consolarci e a non farci sentire in colpa per non aver saputo capire e creare le premesse per dare ai figli un futuro. “Madre Natura è provvidenziale. Ti concede 12 anni per imparare ad amare i tuoi bambini prima di farli diventare adolescenti” W Galvin.
Torniamo allora alla parola chiave adolescenza cioè quella:”..fase precaria dell’esistenza…dove l’identità appena abbozzata non si gioca come nell’adulto tra ciò che si è e la paura di perdere ciò che si è, ma nel divario ben più drammatico tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire a essere ciò che si sogna…La felicità, nonostante la pubblicità vi illuda, non ci viene dall’ultima generazione di telefonini o di computer, e più in generale di «prodotti», ma da uno straccio di «relazione in più»” Galimberti.
“Quando ero un ragazzo di quattordici anni, mio padre era così ignorante che non riuscivo a sopportare di avere un vecchio intorno. Quando ho avuto ventuno anni sono rimasto stupito di quante cose quell’uomo avesse imparato in soli sette anni!“ M Twain. L’autoritarismo non serve a nulla, ma è necessario essere autorevoli, presenti e supervisori. Non si tratta quindi di usare tecniche affascinanti, che incantino e impediscano di usare il cervello e capire. Hanno piuttosto un ruolo chiave delle tecniche provocanti, attive, che richiedano gli adulti di posizionarsi, di dirsi, di non accontentarsi di formule trite e rimasticate; volte ad osservare nel qui ed ora, mettendosi nei panni dell’altro, senza giudicare,se si vuole capire il mondo dell’adolescenza ed aiutare i ragazzi a crescere.

”Per tutta la vita si mantiene il bisogno di un sostegno al proprio Sé, anche se l’intensità e la forma del rispecchiamento cambiano in modo appropriato all’età” Wolf. La ricerca ha evidenziato quanto sia importante per i ragazzi a livello fisiologico, il confronto insieme al rispecchiamento con i coetanei. Nei ragazzi è l’ essere corpo, insieme alla dimensione sociale, che richiede la condivisione e ne spiega il conformismo. C’è il bisogno, cioè, di andare oltre l’incompletezza e la povertà della parola, all’origine di uno scambio verbale basato sulla razionalità, povero di emozioni e sentimenti. “Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi un’immagine di colui che la guarda?” Socrate.
L’intercorporeità favorisce rapporti interpersonali profondi, relazioni migliori fra coetanei e non; contribuisce inoltre alla creazione di un bel patrimonio condiviso, laddove: “il tuo presente è uguale al mio e rimarrà nostro”.