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Autenticità ed inautenticità sono sempre al nostro fianco; le conosciamo bene?

By dicembre 2, 2017 No Comments

AUTENTICITA’ ED INAUTENTICITA’ SONO SEMPRE AL NOSTRO FIANCO; LE CONOSCIAMO BENE?
Due frasi per inquadrare il tema e fare riflessioni: “Se poni una questione di sostanza, senza dare troppa importanza alla forma, ti fottono nella sostanza e nella forma” di G. Falcone a fianco di: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti” di L. Pirandello.

Autenticità deriva dal greco authenticòs, che è fatto da sé; corrispondente alla verità. Questa, parafrasando Platone, è in ciascuno di noi e vi dimora come Glauco nel fondo del mare. È piena di depositi, ma c’è! Bene, bisogna solo tirarla fuori; diventa ciò che sei: conosci le tue potenzialità. L’autenticità è al nostro fianco quando emozioni e comportamenti ed azioni provengono proprio da noi, corrispondono alla nostra interiorità, frutto delle nostre esperienze e ragionamenti. Non da suggerimenti o imposizioni esterne provenienti dall’altro, dall’azienda, dalle persone o dalle tecniche. K. Jaspers ha introdotto la coppia autenticità -inautenticità per indicare ciò che vi è di più proprio nel fondo dell’esistenza, rispetto ai suoi aspetti superficiali o acquisiti per imitazione/acquiescenza: “autenticità…ciò che dura contro ciò che è momentaneo… è cresciuto e si è sviluppato con la persona stessa contro ciò che… ha accettato o imitato”.

In psicanalisi autenticità ed inautenticità vanno ad identificare le azioni che si fanno in buona fede, con amore da quelle in malafede; di fianco ci sono sincerità e insincerità, quest’ultima conscia o inconscia. Qui il comportamento inautentico è interpretato di solito come difensivo. Nelle riflessioni della psichiatria fenomenologica l’autenticità è propria dell’esistenza che coniuga sé stessa in sintonia con la progettualità a venire, mentre l’inautenticità è propria dell’esistenza che non riesce a sporgere dal proprio passato. Le azioni spontanee nella relazione sono intenzionali ed esplicative delle inclinazioni personali. L. Moreno parla di stato di spontaneità come della condizione che un soggetto deve raggiungere al fine di provare un’emozione o ricoprire un ruolo volontariamente.

Altro è il conformismo cioè la tendenza all’adesione acritica a idee, valori, azioni e aspirazioni dominanti nel gruppo sociale di riferimento. Sono figure del conformismo la compiacenza, condiscendenza, acquiescenza. Vi si oppone l’anticonformismo che può essere tanto l’espressione di una personalità individuata quanto forma di eccentricità. Milgram ha bene distinto il conformismo dall’ubbidienza (obbedienza è preferita nel diritto canonico) in base a quattro criteri: gerarchia, imitazione, esplicitazione, volontarietà.

Molti autori si sono occupati dell’autenticità e dell’ambiguità della natura umana. Pensiamo a “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde” di Stevenson, a “Il sosia” di Dostoevskij, all’Amleto di Shakespeare (con il monologo “Essere o non essere”) e soprattutto al tema finzione-realtà di Pirandello. Il sociologo Simmel scrisse: “nell’immagine che un uomo si fa di un altro ci è negato il sapere perfetto intorno all’individualità dell’altro” e Goffman:”la facciata che costruiamo rappresenta l’equipaggiamento espressivo standardizzato che l’individuo impiega intenzionalmente durante la propria rappresentazione”. Nel campo degli affari sono famose le azioni di D. Canergie che sosteneva: ”quando trattiamo con la gente ricordiamo che non stiamo trattando con persone dotate di logica… ma con creature dotate di emozioni… agitate da pregiudizi… motivate dalla superbia e dalla vanità”.

Quando la nostra condotta etica vacilla, sotto la pressione dell’azienda, la razionalità è al nostro fianco ed aiuta le nostre azioni. Queste sono le riflessioni del giudice Potter Stewart davanti alla corte suprema circa l’etica degli affari che consisterebbe: “nella conoscenza della differenza tra quello che tu hai diritto di fare e quella che è la cosa giusta da fare”. Altro è ciò che è accaduto nelle aziende di medie dimensioni dove il metodo gerarchico è stato il più diffuso, ma secondo gli psicologi e gli economisti non ha funzionato bene. Rispetto alla regola del bastone-carota cioè della minaccia o del ricatto sottile per produrre di più anche gli scienziati confermano che il nostro cervello si attiva bene grazie ad altre azioni e stimoli. Il nostro gradimento sociale, come siamo accolti, passa anche attraverso l’intelligenza emotiva che dimostriamo nella relazione verso l’altro.

Non è vero che solo la razionalità governa i nostri comportamenti consapevoli né che l’emozione è sinonimo di irrazionalità o mancanza di controllo e ordine, anzi aiuta a decodificare bene il mondo.
Oggi qualsiasi formatore parla bene della «importanza delle soft skills» per la costruzione della propria carriera. La parola d’ordine è empatia cioè la capacità di coinvolgere colleghi, abilità nel mediare e nel tessere la relazione, attitudine a ‘mettersi nei panni’ dell’altro. Ovvero: manifestare, non schermare, le proprie emozioni. Alla base dell’empatia non c’è un’attitudine caratteriale, ma un processo neuronale: si tratta del meccanismo mirror e coinvolge diverse aree del cervello, compresa quella motoria.

Il cosiddetto “effetto camaleonte” prova che tutti noi siamo bene disposti verso chi ci imita nell’atteggiamento. Gallese conferma che: «siamo biologicamente programmati per cercare l’altro, e per entrare in relazione con lui. Siamo nati per esseri empatici, anche se spesso ce ne dimentichiamo».
Bene, se vogliamo verificare la nostra autenticità facciamolo da soli e di frequente perché la confusione ed il tempo sono una spina nel fianco e falsano le nostre riflessioni e autovalutazioni. “La solitudine è per lo spirito, ciò che il cibo è per il corpo” Seneca. Come spiega il nobel Kahneman: “Dentro di noi convivono due sé: il sé che vive le esperienze (e se le perde per sempre) a fianco del sé che ricorda. Quest’ultimo fa molto di più che ricordare e raccontare storie. Sintetizza l’esperienza provata in una memoria-narrazione, integrandola in modo coerente con quello che sappiamo del mondo (e di noi stessi) fino a quel momento. É lui che in definitiva regola le nostre azioni…. il sé che vive le esperienze non ha voce in quello che faremo: di fatto noi non sfruttiamo le nostre esperienze, ma solo i ricordi che ne abbiamo”.

“Chi dice io, dice in certo qual modo uno pseudonimo” J. Deridda. Possiamo agire molto bene sul primo dei due sé con la mindfulness quindi indirettamente sull’autenticità.
Bene, proviamo ad entrare in relazione con queste persone, stiamo al loro fianco al fine di valutare le nostre riflessioni sull’autenticità.
Marcello 45 anni appiana ogni giorno “importanti” questioni con telefonate, a suo dire urgenti e risolutrici, al figlio Samuele di 9 anni. Quei due minuti di botta e risposta a suo dire sono il modo giusto per far sentire la propria (indispensabile?) presenza. Ma sono ad empatia zero! A fianco di questa modalità aggiunge l’inflazionato – come va ?- con la figlia Margherita la cui risposta è spesso, non volendo, artificiosa.

Forse ci sono altri modi per manifestare il proprio amore, conoscere l’altro. In particolare le riflessioni attinenti la giornata a scuola spesso richiedono modalità indirette e una comunicazione non verbale, fianco a fianco. Più in generale sono le azioni condivise con l’altro quelle più potenti: facilitano il dialogo ed aumentano la “familiarità tra familiari” ovvero tolgono spazio ai concorrenti sleali. Infatti ogni giorno computer, tv e cellulare regalano ore di relazione e “confidenza” a comando di cui 33 minuti solo con Pokemon Go.
Andrea promotore finanziario assicuratore 55 anni tanti corsi, secondo lui inutili, di tecniche di relazione al proprio attivo, forte del grado di maturità che crede di aver raggiunto, ritiene sia giunta l’ora di fare bene da solo, di testa propria.

Prima di parlare con Valentino pensa:”oggi si fa come dico io e stop”. In un’altra occasione, dopo lo stress del traffico, in ritardo ad un appuntamento, si autogiustifica: “nella fretta chiunque sarebbe nervoso e Giosafate capirà la mia spontaneità” sono le sue riflessioni. “La nave è ormai in preda al cuoco di bordo e ciò che trasmette il microfono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani” S. Kierkegard. Il cuoco di bordo non è la nostra segretaria, siamo noi quando compiamo azioni a testa bassa in preda a scadenze e difficoltà.

Massimiliano agente immobiliare 40 anni apre la porta dell’appartamento e parla per venti minuti filati. È un discorso, schietto, concreto, privo di manipolazione che ha già fatto molto bene, quasi con l’amore che pone un attore, ad altri potenziali acquirenti.

Riccardo, come tutti, noi ricorderà il 7% del contenuto, il 38% la voce, il 55% il corpo e le azioni. Le sue riflessioni, altrettanto genuinamente, sono sull’utilizzo dei suoi vecchi mobili pieni di maglioncini di cachemire ed al fianco di un armadio a muro da spostare. Una relazione diversa ed originale era più gradita.

Ubaldo antiquario 60 anni invita Maddalena ad accomodarsi. Di lì a poco prende un quadro in mano chiedendo il prezzo. Aldo si limita alla risposta secca e la lascia sola. L’esperienza gli dice di non evidenziare il colore del panneggio, il proprio amore per la qualità della mano associati alla probabile epoca se non bene richiesto. Altrimenti, spesso, un acquisto già deciso secondo i propri canoni viene annullato a causa dell’insorgere di dubbi fin lì assenti.
Modesto geometra 70 anni nel proprio studio tecnico è abituato ad andare al dunque; riepiloga il parere della commissione edilizia sul terrazzo ed il problema del confine con il vicino.

Roberto, ad un mese dall’ultimo incontro, non ricorda bene i necessari tasselli ed è distratto dai quadri con antichi aratri. Perde il filo e non è in grado di rispondere bene come vorrebbe neanche alla successiva domande sulla utilità delle pareti oblique con ceramiche colorate. Sarà costretto a tornare, dopo accurate riflessioni, per chiarire le proprie “scelte”.

Maurizio dermatologo 50 anni cammina a fianco di Mauro sul lungomare e riceve una domanda apparentemente semplice: “mi dai un’occhiatina al braccio?”. L’educazione lo spinge verso una risposta ma la professionalità lo blocca. Infatti senza lente di ingrandimento non si può guardare bene, se il paziente non si spoglia non si può controllare tutto il corpo eccetera. ”Le relazioni interpersonali hanno per emblema l’amicizia, le relazioni istituzionali hanno per ideale la giustizia” P. Ricoeur.

Raffaella 35 anni psicologa riceve un consiglio dal collega Pietro: “Sii autentica ma non spontanea”. Si chiede allora: “si può essere autentici al netto della spontaneità senza essere costruiti, artefatti?” Forse l’autenticità va al di là della spontaneità in quanto è pensata, riflettuta, sulla base di valori propri, della propria etica. Ovvero la spontaneità a volte rischia di essere talmente impulsiva da prestare il fianco all’inautenticità. L’età aiuta a frenarla a difesa del nostro io più profondo. Nella relazione con l’altro è necessario un po’ modularsi per non rischiare di sopraffare o essere sopraffatti. Forse un ottantenne, che ha familiarità con riflessioni attinenti la fine dell’esistenza, fa bene a parlarne raramente al nipote.

Ci sono tornati in mente alcuni malintesi, azioni sbagliate grazie a questa immedesimazione? Ci piacciono le inevitabili riflessioni su autenticità, professionalità? Abbiamo scoperto di essere più sopraffatti dall’inautenticità in famiglia che nel lavoro? Comunque sia l’autenticità è un bene prezioso, da tutelare anche quando ci porta a vivere dei contrasti con l’altro. Nonostante l’autenticità non debba essere troppo idealizzata rimane un valore sia ai fini del mantenimento della salute sia per un’esistenza creativa e appagante. Studi e osservazioni cliniche hanno bene evidenziato che le persone con difficoltà a riconoscere e a comunicare all’altro le proprie emozioni, a lottare per realizzare i propri bisogni affrontando gli inevitabili conflitti che ciò comporta, sono più esposte ai problemi di salute.

Quando un rapporto può essere detto ricco di autenticità? Quando la persona, come bene sintetizzato da B. Simmons, è capace di esprimersi completamente in esso, inclusa la capacità di chiudere emotivamente le situazioni che si creano nel corso della relazione. Ciò implica che nel rapporto con l’altro ci sia spazio non solo per un angelo, ma per la persona che sono veramente, con la mia meschinità, la mia genialità, la mia audacia. Se non c’è spazio per il mio corpo o per qualsiasi elemento significativo di me stesso, dobbiamo definire questa relazione poco reale, inautentica. Nel rapporto formale si sottrae una parte della persona, la si chiude in un ghetto, aggiungendo al suo posto atteggiamenti, riflessioni, ruoli, azioni e regole che falsano.

Questo è vero per ogni relazione, incluso il rapporto con sé stesso. In particolare per i rapporti più intimi, quelli nei quali investiamo di più emotivamente e dai quali ci aspettiamo più amore. Di solito proprio qui si accumula tanta delusione inespressa e tanti risentimenti, che le persone, figli e genitori ecc., a un certo punto non si vedono più l’un l’altro: stanno cioè isolati, narcisisticamente fuori da ogni scambio, pur convivendo e sfiorandosi fisicamente in continuazione. Non avviene solo che tu non vedi bene me, ma anche che io non mi mostro; non solo io non ti ascolto, ma tu non fai sentire la tua voce: questa è la nostra collusione nella falsa relazione di amore.

Si crea un’associazione a delinquere raffinata, mediante cui ci aiutiamo reciprocamente a tradire noi stessi e l’altro. La relazione ricca di autenticità richiede la capacità di separazione autentica. Noi possiamo avere una vera comunicazione se io sono anche capace di sbatterti la porta in faccia; possiamo avere un vero sé se tu sai anche darmi un pieno no. Se io sono in grado di separarmi da te quando ne ho bisogno, in quanto ciò è richiesto dalla mia situazione reale, questa separazione mi permette, quando ci incontriamo di nuovo, di incontrarci pienamente, con vero coinvolgimento.

Chi può veramente separarsi dall’altro, può veramente incontrare l’altro. Se hai la garanzia che puoi uscire dalla relazione, puoi anche rischiare di coinvolgerti. Quanto descritto ha a che fare con la famiglia patologica in cui, non potendo uscire, non oso entrare ma si verifica anche nella coppia in cui l’amore è patologico e laddove non si osa aprirsi, incontrare veramente l’altro. “La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi è l’amore” La Rochefoucauld.
Mentre nella società, regolata dalla razionalità della tecnica, ciascuno è esecutore di azioni prescritte dall’apparato di appartenenza, nell’amore ha lo spazio per essere sé stesso, reperire la propria identità profonda al di là di quella declinata nel ruolo, cercare la propria realizzazione e l’espressione di sé nella relazione. “Nel momento in cui sentiamo di essere attratti in modo irrefrenabile da un’altra persona…di essere trascinati nel mondo dell’altro e di non poter opporre alcuna resistenza… siamo stati colpiti nella nostra autenticità, perché sono stati chiamati in causa i nostri più antichi desideri e bisogni”

A Carotenuto. Autenticità, sincerità, verità, individuazione trovano nell’amore quello spazio che la società non concede più. L’amore ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità. Nasce dall’azione dell’idealizzare la persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in una relazione d’ affetto, un bene privo di passione o nell’amarezza della disillusione.

Ecco la domanda di Freud: “quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?”. Accogliamo comunque questa sorta di rottura di sé perché l’altro ci attraversi. Amore, secondo N. Brown “toglimento di morte a-mors”, è l’espropriazione della soggettività. “Moriamo ogni giorno… abbiamo perduto, l’infanzia… poi la giovinezza… come la clessidra non la vuota l’ultima goccia d’acqua ma tutta quella defluita prima….” Seneca. L’essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, è il suo concedersi a questo trascinamento, perché solo l’altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di sé stessa.

Decenni di studi hanno stabilito che chi osserva e chi è osservato sono parte di un sistema dinamico governato da regole di reversibilità. “La nostra vita mentale è frutto di co-creazione, di un dialogo continuo con le menti degli altri che costituisce la matrice intersoggettiva” Stern. Nell’interazione le due menti creano intersoggettività che modella le due menti. “… è ontologicamente il fondamento della condizione umana, in cui la reciprocità definisce in modo fondativo l’esistenza e l’inter-corporeità ne è alla base” Gallese.

“In una società omologata come la nostra “parlare” non significa… “comunicare”, ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con i nostri simili” Galimberti. Dire quello che pensi senza avere paura del giudizio dell’altro può sembrare alterigia o tracotanza nelle tue riflessioni, ma altro non è che sicurezza e fiducia in sé stessi. Sei pienamente umano, non ti limiti ad essere un ologramma sullo sfondo e la tua aspirazione non è diventare ciò che i media ti impongono di essere.

Cosa vuol dire essere autentici? Forse la definizione più semplice è “essere sé stessi”. Ma per esserlo, bisogna sapere chi si è realmente, conoscersi bene. “Incontro con sé stessi significa… incontro con la propria ombra… è… come una gola montana, una porta angusta la cui stretta non è risparmiata a chiunque discenda alla profonda sorgente” C. G. Jung. Allora si è in grado di essere autentici innanzitutto con sé stessi. Manifestarsi o no all’altro è un problema secondario, o un falso problema. “Sii autentico: sii presente e basta” Morelli.

Marco Biagioli

Author Marco Biagioli

Marco Biagioli, consulente finanziario e pubblicista, collabora a diverse testate finanziarie. tel 3483856053

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