“La resilienza è la capacità di far fronte, resistere, integrare, costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante l’aver vissuto situazioni difficili che facevano pensare a un esito negativo” E. Malaguti. Sviluppiamo un ambiente in cui possa agire.
La resilienza, dal verbo resalio-risalire, è un costrutto con radici molto lontane; ha bisogno del “noi” per costruire. È assieme un processo biologico, psico-affettivo, sociale, culturale ed educativo che permette la ripresa di un neo-sviluppo dopo un evento traumatico. Riguarda da sempre l’uomo però curiosamente non ha avuto in passato una rappresentazione verbale. Chi soffriva era in balia degli eventi, dell’aiuto del caso, si doveva “arrangiare”; molti restavano segnati e solo alcuni riuscivano a riprendersi senza che nessuno ne capisse la ragione. “La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi una tenue barriera di difesa anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente e meriterebbe uno studio approfondito” P. Levi.
A. Solnit ed E. Werner negli anni ottanta sfruttarono in senso figurato il concetto fisico di resilienza e confezionarono una metafora adatta alla persona che torna alla vita dopo un trauma passibile di provocare un’ “angoscia psichica”.
Il colpo è esistito, ma il soggetto riesce ad agire ritornando non alla sua vita precedente, in quanto ne conserva traccia in memoria, ma a un’altra vita, appasionante quanto difficile. “Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici” K. Gibran.
Gli esseri umani sono naturalmente progettati per affrontare con successo difficoltà e stress; “Chi ha un ‘perché’ può resistere a qualsiasi ‘come’” Nietzsche. Le ricerche sulla resilienza hanno determinato un diverso modo di pensare e di agire nell’organizzazione delle istituzioni a nelle risposte comportamentali. È cambiata la visuale sul paziente, lo sguardo con cui si leggono i fenomeni, lo studio delle risorse interne e delle modalità di intervento della società. Si è abbandonata la causalità lineare, di causa effetto riassumibile con: “è stato ferito quindi è spacciato per tutta la vita”. Ora si considerano i problemi nel quadro di un sistema, ovvero se un elemento del sistema si rompe è l’insieme del sistema stesso che si modifica.
Gli ingredienti della resilienza sono le risorse interne, ed esterne.
Resilience in inglese può essere reso dall’espressione: “Non è niente: la vita continua”. Questa frase non è sintomo di negazione di un maltrattamento, di una violenza o dei disastri provocati dalla guerra. Evidenzia il tentativo di comprendere come alcune persone, pur gravemente colpite, riescono a riprendere una vita soddisfacente. Ovvero capire quale è il processo che si attiva per poter sviluppare idonei principi educativi. In questo quadro si possono inserire le ricerche di Bowlby sulle modalità di acquisizione del concetto di fiducia nel neonato e come sviluppare un attaccamento sicuro. Queste infatti sono le basi che caratterizzano la personalità di chi supera i traumi unita al sostegno affettivo offerto dall’ambiente. Il bambino ha bisogno di adulti capaci di creare una relazione di fiducia: tutori di resilienza.
Le persone resilienti sono sempre esistite, si pensi a Beethoven orfano molto giovane, a Manzoni sofferente di attacchi di panico, a Einstein dislessico. “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale, è il coraggio di continuare che conta” W. Churchill. La resilienza secondo M. Rutter è anche la capacità di svilupparsi in modo accettabile. Non solo resistenza quindi ma anche superamento delle difficoltà. La resilienza propone di non ridurre mai una persona ai suoi problemi ma di dichiarare anche le sue potenzialità per svilupparne le determinanti quali: capacità di relazione, competenze, iniziativa, creatività, perspicacia, autonomia, humor, un certo senso morale. “Calimero tu non sei nero sei solo sporco!” era una frase del vecchio Carosello che può essere utilizzata per porre l’accento sull’aiuto di ciascuno e del protagonista per primo. “Affronta gli ostacoli e fa qualcosa per superarli. Scoprirai che non hanno neanche la metà della forza che pensavi avessero” N. V. Peale.
In letteratura, ci sono molte più informazioni sulle cause e i trattamenti delle malattie, orientamento o approccio patogenico, rispetto alle ‘cause’ e al mantenimento di una buona salute, orientamento o approccio salutogenico.
È ancora oggetto di studio la correlazione tra welfare, benessere legato alla possibilità di soddisfare i propri bisogni, offerta concretamente dallo Stato in cui la persona vive, e wellbeing, benessere soggettivo/percepito. La salute è la condizione di piena efficienza funzionale che, nell’uomo, comprende anche funzioni logiche, affettive, relazionali in contesti interpersonali e sociali. È qualcosa di più della semplice assenza di malattia; è una condizione che varia con le fasi della cultura e non può essere tipizzata in modo definitivo. Recenti studi sulla salutogenesi hanno evidenziato una forte correlazione tra la salute mentale e la qualità della vita nelle popolazioni e negli individui che hanno sviluppato un forte senso di coerenza, il meccanismo chiave nel modello salutogenico. S. Naess ha coniato la “qualità della vita interiore” come sinonimo di benessere mentale che aumenta quando l’individuo: è attivo, ha buone relazioni interpersonali, prova autostima, ha un umore di base fondato sulla gioia. La salute diventa un concetto relativo su un continuum e la domanda veramente importante della ricerca è cosa ‘causa’ la salute (salutogenesi) e non quali sono le cause della malattia (patogenesi). Forse è anche tempo di considerare una modificazione dell’originaria dichiarazione dell’OMS sulla salute e di adottare la prospettiva salutogenica per una nuova definizione.
Le prove dell’esistenza ci plasmano e, come afferma la ricerca, creano una tendenza che non va assolutamente intesa come fatalità, dal momento che altri avvenimenti ci orientano in modo diverso grazie alla nostra enorme flessibilità cerebrale, affettiva e sociale. “L’avversità crea degli uomini, e la prosperità crea dei mostri” V. Hugo. Oggi si possono approcciare meglio problematiche che spaziano dai bambini con genitori separati, alle disabilità: ovvero far fronte a situazioni difficili e riorganizzare positivamente il proprio agire. Non si tratta solo di “resistere” ma anche di “ricostruire” la propria dimensione, il proprio percorso di vita, trovando una nuova chiave di lettura di sé, degli altri e del mondo, scoprendo una nuova forza, un aiuto per superare le avversità. “Le difficoltà rafforzano la mente, come la fatica rafforza il corpo” Seneca.
La resilienza permette di positivizzare lo sguardo sugli altri, modificare le pratiche, utilizzare meglio le proprie risorse e quelle di coloro con i quali si interessano delle relazioni di aiuto e lavorano sul campo. Permette di sistemizzare, di mettere in pratica quello che, per intuizione o esperienza, quotidianamente si attua per favorire il benessere e l’agire altrui. ”La crisi è il terreno inevitabile e potenzialmente evolutivo da attraversare prima di poter trovare un nuovo equilibrio nei momenti di passaggio e di cambiamento, sia esterno che interno, che caratterizzano la vita ed il suo scorrere per ciascuno di noi. E’ la crisi che ci puo’ permettere, percorrendo il territorio dell’incerto di arrivare a costruire poco a poco il nuovo equilibrio che ci accompagni nelle nuove situazioni di vita, per le quali il vecchio equilibrio non serve piu’” A. Marcoli. Essere resilienti necessita secondo Wolin di importanti elementi: consapevolezza, indipendenza, relazioni, iniziativa, humor, etica. Nweuman e Blackburn hanno riscontrato tre livelli nei processi di resilienza: individuale, della comunità prossima e della comunità sociale più estesa.
“Noi cresciamo più rapidamente se siamo disponibili a lavorare con le difficoltà piuttosto che a fuggirle. Gli insegnamenti del lojong ci mostrano che, se ci induriamo a causa della sofferenza, noi semplicemente aumentiamo il peso della sofferenza e diventiamo ancora più vulnerabili all’irritazione o alla rabbia proveniente dagli altri… Invece, contrariamente ai nostri istinti, è con l’essere più aperti sia agli altri sia a noi stessi che diventiamo più forti e più resilienti” T. Kyabgon.
A tal proposito A. Oliverio Ferraris scrive: «La persona invulnerabile così come la immaginiamo, è una specie di Superman: un semidio con doti speciali fin dalla nascita. La persona resiliente, invece, lo diventa nel corso di un processo di crescita, passo dopo passo, in funzione delle esperienze e degli incontri che fa, delle paure e delle frustrazioni che riesce a superare, dei risultati che ottiene, dell’amore che riesce a ricevere e a dare… della capacità di mantenere viva la fiducia in sé stessa».
Gli studi sull’attaccamento chiariscono l’importanza del caregiver per lo sviluppo del neonato e le aree di intervento. L’adulto può in ogni momento sperimentare l’aiuto della mindfulness, un metodo efficace e pratico per ascoltare se stessi in profondità, sciogliere le tensioni fisiche e mentali, facilitare una mente più lucida, calma, centrata nella vita di tutti i giorni. Ricordati di te nel tuo agire. Nel 2011 alcuni ricercatori del MGH sottoposero ad un programma di mindfulness per otto settimane un gruppo di praticanti inesperti. L’esame finale con la MRI riscontrò cambiamenti nelle regioni del cervello associate alla consapevolezza di sé, alla compassione e all’introspezione; incluso un aumento della densità di materia grigia nell’ippocampo, noto per il suo ruolo importante nell’apprendimento e nella memoria, e una diminuzione della densità di materia grigia nell’amigdala, che riveste un ruolo di rilievo nei fenomeni dell’ansia e dello stress. “Questi dati costituiscono la prima prova strutturale della plasticità del cervello in relazione all’esperienza della pratica meditativa” Lazar.
Altri studi suggeriscono la presenza di un collegamento complementare fra meditazione, benessere e longevità fisica a livello cellulare. Che si scelga una pratica meditativa a lungo termine oppure tecniche per la concentrazione dell’attenzione nei momenti di forte stress, la consapevolezza serve in ogni caso a rafforzare la resilienza psicologica di un individuo. Questa pratica incide positivamente anche sulla fisiologia dell’organismo accelerando il metabolismo e diminuendo la produzione di cortisolo e noradrenalina, classificati tra i più importanti ormoni dello stress cronico.
“Non è il cammino che è difficile, è la difficoltà che è il cammino” S. Kierkegaard. Viviamo in una complessità che necessita di maggiori risorse per investire sulla riduzione delle condizioni che possono generare ostacoli e sofferenze. “Fai le cose difficili quando sono facili, e inizia le grandi cose quando sono piccole. Un viaggio di mille miglia deve iniziare con un singolo passo” L. Tzu.