“Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente” M. Proust. Una fisiologica archiviazione degli eventi in memoria migliora la formulazione dei ricordi, ostacola la creazione di abitudini dannose e protegge la nostra vitalità.
Lo Mnemon veniva imbarcato in ogni nave, fino ai Fenici, per ricordare la lista degli oggetti trasportati; il Lete, fiume dell’oblio, assieme a Mnemosyne erano divinità dell’antica Grecia, mentre a Roma recordor significava ristabilire un rapporto con il cuore. “La memoria umana è veramente qualcosa di strano. Sfioro un braccio e trovo la voce di un’altra persona… come sono inafferrabili taluni ricordi nel loro essere appesi a niente, forme in continuo movimento che restituiscono il niente in un niente più grande” F. Caramagna.
La memoria è alla base dell’identità dell’essere umano: consente di ricordare gli eventi del passato per rapportarlo al presente e al futuro, in modo da creare una linea temporale. Interviene in tutti i processi mentali come percezione, attenzione, pensiero e apprendimento. La funzione in cui si esprime la memoria è il ricordo, la cui diminuzione o scomparsa determina l’oblio. L’amnesia invece è un fenomeno patologico che porta a disturbi del comportamento. La memoria e i ricordi rappresentano l'”impronta” di noi stessi e sono fondamentali per poterci riconoscere nel mondo, riconoscerlo, costruire la nostra storia personale.
“La memoria è una pazza che accumula tovaglioli colorati e butta via il cibo” A. O’ Malley. La nostra mente assiste senza sosta agli eventi; se ciascuno di essi potesse essere fotografato senza perdere informazioni o ripreso con una magica telecamera che catturi anche le sensazioni, allora si formerebbe una biblioteca al posto della memoria. Con precise regole di archiviazione, classificazione, ottimizzazione, catalogazione e gestione dei prestiti. Il cervello invece elabora le informazioni in modo diverso perché la natura ha scelto un’altra strada: un’archiviazione più creativa.
Figlia dell’oblio e sorella della fantasia, la memoria sembra tradirci con i suoi sette peccati: transitorietà, distrazione, blocco mentale, erronea attribuzione, suscettibilità, bias, persistenza. Ma forse è meglio parlare di effetti secondari delle caratteristiche adattive del nostro sistema mnestico o ancora, in realtà, di sette virtù: insomma una benedizione degli dei. “La memoria è innanzitutto un rimaneggiamento perenne delle informazioni e in generale non c’è alcun dubbio che esista un oblio, anche sul piano neuro-biologico, ma spesso si tratta di ricostruzioni e dinamiche graduali” Cappa.
L’hard disk di un computer è dotato di una disumana capacità di archiviazione, immagazzina dati restituendoli intatti, mentre la memoria è in divenire. Vale a dire la proiezione del mondo esterno non viene rappresentata nel nostro cervello come una fotografia o un film. Spesso abbiamo una serie di dettagli che non c’erano nel nostro cervello, ma, attraverso determinati elementi che ricordiamo, ri-immaginiamo tutto quello che c’è intorno. Ed è qui che la memoria comincia ad entrare in crisi, perché nel tentare di mettere insieme i vari pezzi di informazioni sparsi nel cervello, possiamo creare gli eventi senza averli mai visti come nella metafora del dinosauro. È necessaria un’opera di costante ottimizzazione dei processi di archiviazione degli eventi. “La differenza tra i falsi ricordi e quelli veri è la stessa che c’è per i gioielli: sono sempre quelli falsi che sembrano i più reali, i più brillanti” S. Dalì.
Questo complesso fenomeno consente di depositare informazioni; c’è la memoria cognitiva, a breve e lungo termine e la memoria motoria. Si calcola che delle continue informazioni che arrivano al nostro cervello, meno dell’1% vengono fissate, mentre oltre il 99% delle informazioni vi entrano per poi uscire senza che ne rimanga alcuna copia. L’interesse e il contenuto emotivo sono fattori di ottimizzazione che intervengono in questa selezione con impatti sulla stabilità dei ricordi. “Ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era! dal film Il Sorpasso”.
La scena sulla spiaggia che abbiamo visto d’estate, come tutti gli eventi, è stata scomposta in una serie di segnali: una cellula memorizza il colore del mare, altre cellule gli angoli, altre le curve ed i suoni. L’immagine viene dispersa in una miriade di neuroni. Una specie di “cassetti” dove vengono conservati i vari caratteri delle informazioni: il colore, la geometria, il movimento. Quando richiamiamo il ricordo, un po’ col motore di ricerca, si ricompongono le varie informazioni come in un mosaico. Dunque “ricordare” significa individuare le tracce della memoria a lungo termine, informazioni sparse nelle varie aree cerebrali e ricomporle secondo una forma coerente. In questo processo di natura dinamica si possono utilizzare eventi che appartengono ad esperienze diverse, magari simili. “I ricordi sono come i sogni: si interpretano” L. Longanesi. Può capitare di tirar fuori dai “cassetti”, ogni tanto, un’informazione sbagliata, spesso a causa di associazioni tra i caratteri delle informazioni. Ciò è influenzato dal grado di incuria adottato nell’archiviazione. “I ricordi che abbiamo gli uni degli altri, anche nell’amore, non coincidono mai” M. Proust.
Dopo il ricordo il cervello provvede a riporre nei “cassetti” quanto ha prelevato, fa il riconsolidamento. In questa fase, di nuova archiviazione, non è detto che metta tutto al posto giusto; senza una buona ottimizzazione può persino creare le “false memorie”. In un famoso processo la vittima confuse il volto del Prof. Tomson, visto in tv all’epoca dei fatti, con quello del vero stupratore; quindi accusò il professore che per fortuna aveva un alibi. Gli psicologi sociali sostengono che una volta finita nell’oblio l’origine delle informazioni, le persone si lasciano influenzare da affermazioni originariamente considerate poco credibili. “La ricchezza della vita è fatta di ricordi, dimenticati” C. Pavese.
Se pensiamo allo sviluppo individuale, è la memoria del bruciore che tiene lontano il bambino dal fuoco. Ma tutt’altra cosa sarebbe se, anziché registrare gli eventi e agire di conseguenza, il bambino cominciasse a rimuginare su tutto ciò che vagamente gli assomiglia o costruisse intorno a questa esperienza tutta la sua vita. Può sembrare paradossale ma è proprio questo l’uso che spesso gli adulti fanno dei ricordi. È importante allora facilitare l’ottimizzazione, porre le basi perché la memoria funzioni al meglio e selezioni bene i ricordi. Quando qualcosa se ne va, come le foglie in autunno, è segno che quei ricordi hanno fatto il loro tempo, devono fare spazio ad altro. “I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume” E. Flaiano. La persona non deve sforzarsi di trattenerli dall’oblio ma avere fiducia su ciò che la memoria sta facendo per il proprio bene. Grazie ai suoi “tagli” riuscirà finalmente a comprendere chi è e quale strada percorrere. Riza invita a ragionare così: «il suo numero di telefono è finito nell’oblio? Forse non mi interessa più risentirlo. Non ricordo più le sofferenze provate? Probabilmente le ho superate. Ho dimenticato gli impegni presi? Sono alla ricerca di un’attività diversa e più stimolante. Mi torna sempre in mente quel nome? È una persona a cui tengo più di quanto credessi. Non ho mai dimenticato quell’affronto? Forse non posso più ignorarlo». Memoria e oblio sono come la sua mano sinistra e la destra che si alternano sapienti nel tessere la trama della nostra esistenza. “Non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma l’opinione che noi abbiamo di esse” Epitteto.
I ricordi servono per la vita di oggi; il cervello ha bisogno di quell’energia, di quella emozione per preparare qualcosa nel futuro, non certo per intrappolarci. Di fronte ad un ricordo che arriva l’atteggiamento giusto è domandarsi: “dove mi vorrà portare? Cosa mi vuole fare scoprire? Mi è venuto in mente come giocavo da bambino, mi sono perso in quel ricordo e questo mi ha fatto venire un sacco di idee per il mio lavoro“.
“E forse alla fine, la memoria si trasformerà in una grande sala con gli orologi fermi sulle distinte ore in cui siamo stati felici” J. Varo. Certi ricordi lontani servono per trovare i sentieri che ci appartengono e favorire la nostra realizzazione. Se alcuni eventi “tornano sempre” significa che tocca proprio a noi di guardarli bene invece di continuare a rinviare. È di aiuto in questi casi la pratica mindfulness in cui si usa l’acronimo RAIN per riconoscere, accogliere, indagare e non-identificarsi. “Quando sei infelice, torna nel luogo che più ami. Lui – a differenza delle persone – ha sempre qualcosa da dirti” F. Caramagna. Pensiamo al ricordo come ad un biglietto da viaggio già timbrato, niente di più; come ad una traccia nel sentiero verso la realizzazione. Fissarsi su di lui è fuori luogo quando invece ogni momento presente è il vero momento bellissimo.
La nostra memoria viene messa a dura prova, come mai accaduto prima, dalle innumerevoli informazioni, consigli, corsi, libri e linee guida altrui. Queste interferenze rendono difficoltosa la riflessione e l’ottimizzazione. Dice O. Chiaia: “ognuno di noi è chiuso in una sua nebbia personale, in una visione del mondo o in un insieme di credenze che a volte, viste dall’esterno, appaiono agli altri, perfino a chi ci vuol bene, del tutto incomprensibili o assurde”. L’uomo costruisce delle rappresentazioni interne della realtà che percepisce; queste mappe ridisegnano gli eventi in modo più o meno approssimativo, più o meno fedele, secondo filtri più o meno deformanti fino a distorcerne gravemente la realtà. A tal proposito Locke disse che riteniamo: “folli coloro che, partendo da premesse sbagliate e usando una logica corretta e stringente, giungono a conclusioni erronee”. Il moderno terapeuta, professionista dell’ottimizzazione, conduce la persona a nuove scoperte di sé insegnando non cosa e perché pensare, ma come osservare e come agire: indirettamente cosa ricordare. “La vera scoperta non sta nel vedere nuovi mondi, ma nel cambiare occhi” Proust. Non esiste una conoscenza davvero vera delle cose, ma può esistere solo una conoscenza idonea, ovvero strumentale, che permette di gestire le realtà con le quali si interagisce. Scrive Gottschall: “come ogni autobiografia pubblicata, anche le narrazioni della nostra vita dovrebbero recare la dicitura – questa storia che racconto su me stesso è solo tratta da una storia vera. Sono in larga parte io stesso un frutto della mia ardente immaginazione -“. Percepire gli eventi con consapevolezza ne migliora l’archiviazione e, nel suo semplificare, dona un giusto prospetto sulla tua storia.
“La realtà non si forma che nella memoria” è un’intuizione di Proust, avvolta dalla ricerca, che in qualche modo assegna alla persona un ruolo attivo: assemblare con cura i “file” immagazzinati in quanto condizioneranno il comportamento. “La nostra qualità integrale è il frutto della qualità interiore di ognuno” B. Cucinelli. I valori da salvaguardare sono l’azione ed il gesto, anche modesto, di ogni giorno, espressione di ciò che abbiamo immagazzinato nella vita. Da qui nasce il maglioncino perfetto, che va oltre i filati ed il modello.
T. Hanh, esponente della sapienza orientale, invita ad essere consapevoli sia delle tossine che ingeriamo con il cibo, sia di quelle assorbite da lettura, media, conversazioni pubblicità. Non va dimenticato che viviamo in quella che Kabat Zinn chiama “società con un deficit di attenzione”. Con i nostri cinque sensi “consumiamo una dieta” a base di paura, rabbia, confusione; è necessaria una costante ottimizzazione. “Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti” J. L. Borges. Possiamo decidere di aiutarci attraverso la pratica della mindfulness ed aumentare la consapevolezza degli eventi, del loro impatto sulla nostra mente mentre li “digerisce”. Ecco allora sorgere spontaneamente le domande su quali “specchi rotti” o eventi della vita lasciar andare. La mindfulness consente di potenziare con gentilezza la percezione della realtà, di semplificare e purificare le informazioni nel presente: di avere ricordi meno distorti. “La verità è cosa sfuggente, e il paradosso è che il contrario della verità è ugualmente vero” Hesse.
Una fisiologica archiviazione delle scene vissute, dei discorsi, delle percezioni è il primo passo perché la memoria, nella sua rilettura degli eventi, crei giusti ricordi. Il resto lo fa una mente calma, in grado di osservare tutto ciò che passa, come un viaggiatore seduto accanto al finestrino di un treno, e vedere davvero il mondo, interno ed esterno, qui e ora. Senza i filtri del passato che ha creato distorsioni e chiusure preconcette; o del futuro, dell’altrove, del “quando avrò tempo”, che ci affascina. “Se vuoi sapere chi eri nel passato, guarda chi sei ora. Se vuoi sapere chi sarai nel futuro, guarda chi sei ora. Ora. È sempre ora” O. Chiaia. Una frase attribuita a Fra Bernardino: “non devi cercare la felicità fuori di te”, indirettamente rimanda all’ottimizzazione dell’archiviazione degli eventi cioè fare ordine al proprio interno.
La nostra mente, il re che tutto crea della tradizione del buddismo tibetano, quando diventa incontaminata è il tesoro dell’uomo: racchiude in sé tutte le possibilità. Da lì viene la forza per opporsi al disordine del mondo, scegliere una propria direzione e cercare con la grazia, non con la logica, il nostro centro. Lì risiede la sorgente dell’identità, oltre ogni pensiero, al di là di ogni condizionamento, paura desiderio. Proprio in quel centro “c’è il punto da cui emerge il futuro” O. Scharmer. “La nostra vita appartiene soltanto a noi e i ricordi… quelli non possiamo cederli a nessuno. Accumulatene, che siano soltanto vostri, e straordinari, grandi, tanti, irripetibili, di quelli che lasciano a bocca aperta, e che fanno entrare nella tomba con il sorriso sulle labbra!” B. Yoshimoto.