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Dirigi il presente, sarà il tuo passato nel futuro

By dicembre 5, 2015 No Comments

Conosciamo la Mindfulness
– 1a parte –

Lo stress, ovvero reazione di adattamento, rappresenta un cambiamento di tendenza della linea del nostro vivere quotidiano; determina un innalzamento dei livelli di ansia unito a reazioni psicosomatiche variabili. Diceva Kabat Zinn nel 1989 “I livelli di stress… oggi, confrontati con quelli di venti anni fa, sono incredibili.. lavoro, persone, malattie, ruoli da ricoprire… È più sfumata la distinzio- ne fra la vita lavorativa e quella domestica… fra il giorno lavorativo e la notte… si è sempre al telefono… a leggere e inviare email.. sempre a reagire a qualche stimolo…”. Sappiamo che raramente le scelte umane sono dettate esclusivamente dalla razionalità, afferma il nobel Kaneman, anche quando sembrano molto, molto ben ponderate. Ecco, in ogni istante della vita possiamo essere consapevoli o inconsapevoli, non si dà una condizione terza. E tu come stai?

”Conosci te stesso” era un famoso motto di Socrate, un giorno uno dei suoi allievi gli disse: ”Ma tu conosci te stesso?” la risposta fu: “No, ma so di non conoscermi”. Il solo fatto di divenire consapevole dell’illusione della mente, che crede costantemente di sapere grazie a definizioni standard, è un passo importante verso la chiarezza, per attraversare il velo delle nostre opinioni e vedere le cose come sono realmente. Un innoquo ruscello, in realtà, non è mai, come crediamo, uguale a se stesso ma cambia ogni giorno. La realtà convenzionale non è “sbagliata”, è semplicemente incompleta. Il Socrate platonico in nessun dialogo de nisce un’idea, ma l’analisi logica acuta, come certi esercizi dei monaci tibetani, serve come fase propedeutica per sciogliere i “crampi” intellettuali che impediscono l’aprirsi all’esperienza insight, dell’intuizione dell’idea. Il nobel Edelman diceva: “la coscienza è un processo e non un oggetto”. Dice Morelli: “Qual’è la cosa che più si desidera?… realizzare risultati concreti, una carriera soddisfacente oppure più soldi, la casa dei sogni, un matrimonio d’amore, la salute. Ma forse oggi è ancor più di moda il desiderio di -essere sé stessi-”. Il vero “compi- to” di ogni persona è quello di riuscire a stare bene con sé stessa producendo la maggior quantità di felicità possibile grazie a quell’energia interiore, Dàimon per i greci, che si forma dentro di noi.
E tu vivi “…in una selva oscura…”? Non sai più chi sei diventato? Afferma Nietzsche “Conoscere del tutto sé stessi sarebbe la ricetta per la nostra rovina. Al contrario dimenticarsi di sé, misconoscersi, diminuirsi, ridursi, coinciderebbe con la vera saggezza”. E ancora i Padri del deserto: “C’è chi si perde nel deserto perché con il pensiero è rimasto nel mondo, e c’è chi si salva perché, pur essendo nel mondo, è nel deserto del pensiero”. Se la nostra vita è piena quando siamo immersi in un profondo stato creati- vo, quali sono i compiti da fare a casa per realizzarlo?
Nel film “Zorba il greco” l’inglese chiede al protagonista: “Sei mai stato sposato?”, la risposta è più o meno: “Non sono forse un uomo? Certo che sono stato sposato. Moglie, casa, gli, tutto quanto… l’intera catastrofe!”. La risposta contiene, in realtà, un supremo apprezzamento della ricchezza della vita e insieme dell’inevitabilità dei suoi dilemmi, dolori , tragedie e ironie. “La conoscenza è imparare qualcosa ogni giorno. La saggezza è lasciar andare qualcosa ogni giorno” è scritto in un detto Zen. Siamo totalmente catturati dalla fascinazione del pensare: dal discorrere mentale cioè correre di qua e di là; mentre la vita è un lungo work in progress, via via sfrondando l’inutile, i pensieri che abbiamo acquisito. In fondo non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice. La preghiera della serenità degli AA recita: “Signore concedimi la sere- nità di accettare le cose che non posso cambiare; il corag- gio di cambiare le cose che posso cambiare; e la saggezza di riconoscerne la differenza”. Conosciamo bene molte re- gole ma, purtroppo, si fermano alla nostra parte razionale. Cosa fare in concreto allora? Come lavorare sulla parte del corpo che va dalla testa in giù, quella che ci impedisce di seguire i nostri buoni propositi e diventare saggi?
Nella società occidentale la noia e la focalizzazione sugli obiettivi facilitano l’inconsapevolezza. Ma poiché la vita è un processo, chi vive saltando da un obiettivo all’altro può avere l’impressione di non essere vissuto veramente. “-Per sempre- è composto da tanti -ora-” Dickinson. Alla base della inconsapevolezza vi è la pigrizia, infatti si è verificato che il cervello fatica di meno in questa modalità. Possono nascere dei problemi quando, in automatico, facciamo delle cose di cui dopo ci pentiamo ( “…la retta via era smarrita…” Dante).
Il pensiero, per sua stessa natura, si sposta altrove, ci distrae di continuo, senza trovare un oggetto su cui appoggiarsi e riposare. Come la natura stessa della nostra epoca, dove siamo generalmente distratti e distanti. Ad esempio, in un dialogo, pensiamo ad altro mentre siamo in ascolto; poi rispondiamo “in automatico”, senza attenzione, giusto per non apparire distanti o maleducati. “La vita è quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altro” John Lennon. I neuroscienziati dovrebbero metter su dei banchetti di imaging del cervello, in modo da permettere alla gente di vedere le immagini delle proprie circonvoluzioni al lavoro. “Allora ci crederemmo. La nostra testa è una casa vuota”. Siamo preda di comportamenti automatici, pregiudizi o preconcetti (alcuni lo chiamano inconscio, altri “modelli appresi” oppure modelli automatici di risposta) che fanno perdere l’originalità del momento che si sta affrontando e restano costanti anche al variare delle situazioni.
Il presunto solitario “io” è in verità una “società della mente” o una proprietà emergente o un’illusione alimentata da qualche modulo narratore situato nell’emisfero sinistro del cervello. Vincere la faticosissima battaglia di trincea contro noi stessi (la lotta tra esperire -l’io- e lo spiegare –il me-) non è dunque così importante per cominciare davvero a vivere! Si deve, invece, riprendere in mano la “guida” della nostra vita; tornare padroni dei propri contenuti mentali e degli stili abituali di pensiero. Capire e concettualizzare, cioè, la propria “coerenza di significato personale” senza aver paura di esporre l’inconscio alla luce della consapevolezza.

Mindfulness vuol dire essere consapevoli di ciò che accade mentre accade (tecnica) qualunque cosa accada (atteggiamento). Solo vivendo in modo mindfull, all’opposto della mindlessness, si può giungere ad una consapevolezza nuova, non narrativa e non concettuale.
Questo è Lo Stile di vita, La Cura. Sentirsi a casa, presso di noi: qui è la salute. Spiega Galimberti: “…una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli “altrove” della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perché gli altri, da cui pensiamo che dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono…. Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l’anima si ammala, perché la malattia è una metafora della devianza dal sentiero della nostra vita”.
Nella nostra mente, nell’ambiente interiore, c’è un’attività discorsiva ininterrotta. Una specie di “corrente sotterranea”, “un’eco del passato” (cioè ascoltiamo/percepiamo un effetto non la causa), un usso continuo di pensieri, emozioni, ricordi, immagini che sgorga istante dopo istante; non si è neanche in grado di raccontarla ad un amico a distanza di poco tempo per dirne lo scarso valore. Secondo Watts i pensieri si sviluppano nel cervello come l’erba cresce nei campi. Allora osserviamo la mente e calmiamola. Si può usare l’immagine di una persona seduta sulla riva di un ume che impara a controllare il ume che scorre invece di saltare in acqua ogni volta che appare qualcosa di interessante. Nel momento in cui essa si placa, assieme alle cognizioni che produce, si crea lo spazio perché emerga, spontaneamente, una presenza consapevole e silente che va aldilà delle parole, dei con- cetti, del pensare. Forse la classica domanda “cosa pensi?”, che in certi momenti di silenzio viene formulata nella coppia, dovrebbe essere sostituita con una più gentile: “cosa c’è nella tua corrente sotterranea adesso? Dimmelo pure, non ti giudicherò”.
Non si tratta, non si è mai trattato di “fare”, si tratta di essere: essere il sapere, compreso il sapere di non sapere. Nella modalità “fare” la mente è costantemente attivata con la finalità di monitorare le discrepanze tra come le cose -sarebbero desiderabili- e la rappresentazione di come le cose -sono-. Si innescano forme di sensazioni o emozioni negative e si attivano gli abituali schemi cognitivi e comportamentali utilizzati per ridurre i gap. Al contrario la modalità “essere” è il rimanere semplicemente presenti a ciò che c’è così com’è attraverso una “mente del principiante”. Un vedere in profondità, nella natura stessa della mente; ciò genera, col tempo, insight cioè comprensioni intuitive. Il “non fare” può apparire alla nostra men- te giudicante come una sorta di lusso non meritato o una perdita di tempo.
Nella condizione mindfull la persona ascolta e osserva intenzionalmente le proprie emozioni, sensazioni siche e i pensieri accettandoli così come sono, senza respingere ma senza essere catturati , senza giudicare, senza “perdercisi”, senza sforzi di cambiamento, senza fare nulla. Ti accorgi così che i pensieri sono solo ipotesi e non sono “te”, sono solo interpretazioni della realtà, indipendentemente dalla loro carica emotiva, e non la realtà stessa. Sono il “chiacchiericcio della mente”, semplici suoi prodotti. In verità la mia realtà è molto più grande dei miei pensieri. Una volta riconosciute queste idee che etichettano, giudicano, concettualizzano, si ritorna gentilmente all’esperienza del momento, aiutati dal supporto del respiro o dei suoni. Si scopre così che le capacità della mente non si esauriscono nel solo pensare. Senza sforzo ti ritrovi con la mente pulita, amico di te stesso senza esserti sbarazzato del tuo “io”.
Tale prospettiva si connette strettamente alla PNEI e alla neuroplasticity. I neuroscienziati hanno riscontrato nei meditatori mindfulness una corteccia mediale inspessita e un ampliamento dell’insula destra: aree legate all’empatia che ha basi neurali (Gallese)-, e alla capacità di autoconservazione. Chi pratica sperimenta una sorta di “riavvio” (reboot) del cervello che dissolve strutture mentali abituali e ammuffite e ne costituisce altre più elastiche, ricettive, fresche. Molti, come il neurologo J H Austin, rimpiangono di non aver scoperto la mindfulness da giovani.

Fonte: INVESTORS’ da TRADERS’ Magazine | Italia | www.traders-mag.it | NUMERO 1/2015

Marco Biagioli

Author Marco Biagioli

Marco Biagioli, consulente finanziario e pubblicista, collabora a diverse testate finanziarie. tel 3483856053

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