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La Tua storia, un grafico da semplificare?

By ottobre 10, 2014 No Comments

Percorso introspettivo per meglio comprenderci e comprendere le cose intorno a noi.

La storia, come la vita, è maledettamente complessa, e talvolta fuorviante. La definiamo come l’evoluzione nel tempo degli uomini e delle loro istituzioni. Secondo Bloch “Il bravo storico somiglia all’orco della fiaba. Là dove egli fiuta carne umana, là egli sa che è la sua preda”. Ma da un lato possiamo leggere: “Ho sempre odiato la storia. È un bagaglio pesante ed inutile” (N. Negroponte). Dall’altro: «Indugia sul passato, e perderai un occhio; dimentica il passato, e li perderai entrambi» (proverbio russo). Quel che crediamo di sapere, non è sempre vero.

Miti distorsivi.
Pensiamo alla leggenda del Far West. Ci fu un’industria intorno al suo mito nel XX secolo. Recenti ricerche hanno dimostrato che l’indice di criminalità era relativamente basso tra i coloni e che c’erano più probabilità di finire stecchiti nella Londra vittoriana. La leggendaria sfida all’Ok Corralnon durò più di sessanta secondi e lasciò sul terreno solotre uomini. Ci furono solo 12 rapine dal 1859 al 1900 lungo la frontiera del Far West. Dunque abbiamo un’immagine falsata del Far West. Lo stesso può accadere a ciascuno di noi. La tua storia ti viene in mente di nuovo all’ennesimo seminario, mentre parla un grande professionista della comunicazione. Tra i tanti temi, cita Silone: “Il destino è un’invenzione della gente fiacca e rassegnata”. Poi ti incuriosisce la slide sulla parola ‘senso’, che nasce con il cristianesimo, con l’introduzione del tempo escatologico. I greci invece avevano il tempo ciclico, per loro la natura non ha ‘senso’, direzione, perchè è semplicemente la ripetizione della sua vitalità. Compri il libro dell’oratore. Sali in macchina e pensi: “Facile parlare! Cosa ne sa della mia storia?” Ecco: il messaggio più importante non è passato. Sei resistente e forse continuerai ad attendere l’albaguardando dove è tramontato il sole, invece quel pomeriggio ti ha offerto spunti di riflessione utili per la tua professione.

Il passato presente.
Noi non siamo felici o infelici in assoluto, sulla base dello stock totale dei nostri averi (teoria del portafoglio). E non lo siamo nemmeno in funzione di quello che abbiamo guadagnato o di quello che abbiamo perso. Infatti siamo influenzati da quello che abbiamo fatto e da quello che avremmo potuto fare. Crediamo di conoscerci, di sapere chi siamo, dove sbagliamo, cosa ci serve. E’ proprio qui l’errore. In realtà ci ostiniamo ad assomigliare all’immagine di noi che abbiamo in testa, dettata dai modelli dominanti, e inseguendo questa immagine spegniamo le forze sconosciute che saprebbero guidarci. Ecco, l’io è un grande ingannatore: non è capace di parlare, di godere, di gioire senza ragionarci su, senza programmare, senza ricordare, senza chiamare in causa il passato e il futuro, certevolte non sa nemmeno accogliere le buone idee altrui. Ma quando si vuole conoscere sé stessi, il passato è il peggior nemico, come pure il giudizio. È facile cadere in errore, ad esempio non è giusto che io valuti con l’esperienza di oggicome ero 20 anni fa, poiché la mente funziona per euristiche, sceglie la via più facile, ma spesso sbagliata. Così, nei giudizi su noi stessi, tendiamo ad essere totalizzanti: è più esatto dire “in quell’occasione sono stato disattento”, piuttosto che: “sono un disattento”.“Noi guardiamo alla nostra vita passata come a una serie di frammenti, perché quanto è mancato, fallito ci viene incontro per primo, sopravanzando nell’immaginazione quanto compiuto e riuscito” (Goethe). Tra i variflash del passato, ripensi a quando ti sei sposato, ma èimpossibile provare di nuovo quell’innamoramento. Inquel momento l’amore aveva destrutturato il tuo io, aveva trasformato ciò che eri, ti aveva disorientato, Eros,come nel mito greco, ha lanciato la freccia e ha ferito latua soggettività.

Più in generale vale quanto scriveva B. Pascal: “Ognuno esamini i propri pensieri e li troverà occupati nel passato e nell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente;e, se ci pensiamo, soltanto per prenderne lume e disporre dell’avvenire. Il presente non è mai il nostro scopo, il passato e il presente sono i nostri mezzi; soltanto l’avvenire è il nostro scopo. Per questo, non viviamo mai, ma speriamodi vivere; e, disponendoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo diverremo giammai′.

Allora, guidando all’ora del tramonto, fai attenzione acome ti racconti, a come ti giudichi, a come ti concentri sul passato e il futuro.
Può venirti in mente che sei stato punito con uno schiaffo a 3 anni per un “presunto” errore, quando non eri in grado di metterti nei panni altrui e di capirne la radio ne (infatti solo a circa 4 anni il cervello umano comprende la ‘credenza’, elabora il ragionamento ‘io so che tu sai’). Rievocherai mille volte la punizione e l’ipotetico scenario. L’intento era quello di raddrizzare una pianta giovane, ma l’effetto si è rivelato diverso: la pianta ha conservato solo una memoria distorta, infatti uno schiaffo non finisce mai. Ha fatto male a te a anche a chi te l’ha dato. La propensione dell’essere umano a costruire legami affettivi forti con altri significativi (la madre) si chiama attaccamento. Esso genera la nostra organizzazione del mondo ed il nostro modo di stare al mondo e dipende dalmodo con il quale siamo stati o non siamo stati accolti, riconosciuti, nutriti. Quindi, per i nascituri si può fare molto, ma per chi è già nato e cresciuto?

‘Ciò che determina il destino di ogni uomo è l’opinione che egli ha di se stesso’ (Thoreau) ma l’opinione cambia nel tempo, in misura più o meno accentuata o avvertita, relativamente a questo o a quell’aspetto. Scriveva Seneca, commentando un frammento di Eraclito: “I nostri corpi vengono trascinati come le acque di un fiume dovunque tu guardi, tutto scorre col tempo. Nessuna delle cose che noi abbiamo davanti sta ferma: io stesso sono mutato nell’istante in cui dico che esse mutano”. E “Ciò che nei nostri progetti di vita trascuriamo più spesso… sono le trasformazioni che il tempo produce in noi stessi; ne deriva che molto spesso miriamo a cose che, quando alla fine le raggiungiamo, non ci si adattano più” (Schopenhauer).

Come si forma l’opinione di sé?
Sono le nostre convinzioni a portarci lontano da noi stessi, ma c’è un modo diverso di guardare il mondo; ce lo ins-gnano i saggi, che sono tali perché non aderiscono a nessuna convenzione, a nessun modello. Essi ci spronano a liberarci dalle nostre identificazioni, da tutto ciò che crediamo di essere e che non contempla mai quello che siamo davvero. Come diceva Bauer, il Saggio non ha pareri, non ha convinzioni, non ha certezze, non dà definizioni.
“Io non interrogo il mio occhio corporeo e vegetativo più di quanto interrogherei una finestra a proposito di una veduta. Io guardo attraverso di esso, non con esso” (Blake).
“La maturità di un essere umano consiste nel ritornarealla serietà di un bambino che gioca” (J.W. Goethe).

Guardare davvero significa osservare con gli occhi della prima volta, con lo sguardo libero da ogni credenza, da ogni teoria, da ogni progetto e da ogni riferimento al passato. Proprio come gli occhi dei bambini, che vivono in un’altra dimensione dell’anima, dove il “bilancio” è il grande assente.

Quale è lo sguardo giusto? “come se si stesse in cima alla montagna, al di sopra del temporale. Vediamo le nuvole nere, gonfie di pioggia, e i fulmini, ma qualcosa dentro di noi è al di sopra della tempesta, che possiamo perciò osservare con distacco. In un certo senso ci siamo dentro, ma in un altro senso ne siamo fuori” (Jung). Guardo e aspetto. Tutta la mistica dell’Oriente e dell’Occidente racconta che la trasformazione profonda di un essere umano avviene attraverso la visione, e da qui ricaviamo il significato vero della contemplazione: io guardo la mia tristezza o la mia ansia, come se osservassi un panorama.
Non c’è compito più grande che amare silenziosamente gli opposti che si presentano dentro di noi sotto forma di immagini (“sono egoista e anche altruista”). Allora saremo completi: saremo l’uno e l’altro.

“La spiegazione di ciò che sono è in quello che è statoprima, è nella mia storia”: secondo Morelli non è vero, è un’idea che ci siamo fatti. Anche se non le vedo, in me ho sempre le soluzioni: ma il pensiero ricorrente le disattiva. Riflettere è il contrario di essere. Nella filosofia zen io vengo creato in questo momento e ogni cosa che mi succede è come un’onda del mare che si frange sui miei piedi. Se passiamo il tempo a “spiegare” l’onda che è appena arrivata, non ci accorgiamo della nuova che sta già per incalzarci. Se non stiamo immersi nel presente, ci ritroveremo sempre a cavalcioni dell’onda sbagliata o di quella che ormai non c’è più o di quella che non arriverà mai.
Dobbiamo evitare, come dice Pessoa, di scambiare le maschere che indossiamo con la nostra essenza.
In noi “vi sono delle profondità in cui ci sotterriamo(…). In queste profondità, intimamente, sfioriamo il nulla, il nostro nulla” (Bachelard). Il buio ci rimanda all’idea del nulla, dell’azzeramento, all’immagine del vuoto che secondo Cioran “consente di mandare in rovina l’idea di essere; (…) è la liquidazione dell’avventura dell’ego, è l’essere senza alcuna traccia d’essere”. Il buio ci invita a lasciareogni traccia di ciò che siamo o crediamo di essere, a dissolverci, a diventare niente e nessuno, e fa sì che tutte le cose che abbiamo fatto, detto, costruito, creato, svaniscano e noi insieme a loro.

Anche Ulisse, figlio dell’Occidente, è nessuno. Solo a chi sa essere nessuno è concesso arrivare al centro di se stesso. Dobbiamo essere nessuno e voltarci non più verso il pieno della coscienza, ma al contrario verso lo stato interiore del nulla, del buio, del vuoto. Si naufraga per raggiungere il “nucleo originario” del nostro essere, per arrivare a Itaca, come è successo a Ulisse.
Come scrive il poeta francese Joe Bousquet: “porto inme un essere irrivelato. Mi conosce, ma non so nulla di lui,tranne che la mia persona è la sua ombra, con i suoi appetitiinconfessabili e il suo bisogno di segreto”. Secondo Morelli noi siamo “altro”, ben altro rispetto alla storia in cui ci siamo barcamenati. Altro dai pensieri, dai ragionamenti, dal nessodi causalità. Noi non siamo i nostri pensieri, siamo le emozioni, piacevoli o no, che ci sorprendono, ci assalgono e avolte ci travolgono. Accettare ciò che è dentro di noi significa essere se stessi. Percepire la propria presenza: questoè fare sguardo, è stare nel mondo interno. Allora arriverà laconsapevolezza che è l’opposto dell’ansia.

Io non sono nient’altro che l’azione che sto compiendo. Il tutto è qui, in ogni istante, il mondo si sta creandoadesso.In ogni cosa che facciamo, ripetiamoci: “io sono qui,pronto a tutto ciò che accade. Io sono qui”.
Mentre sto guidando, perché cerco di indirizzare le curve che non amo del mio grafico? ′Non aspiro a dominarmi. Dominarsi significa: voler intervenire in un punto casuale delle infinite irradiazioni della mia esistenza spirituale. Mase devo tracciare attorno a me tali cerchi, allora lo faccio meglio se non agisco e semplicemente contemplo ammirato l’immane complesso, portandomi via soltanto il rafforzamento che questa visione dà′ (Kafka).
Cercare di correggere le cose è corromperle. Ragionare sulle ipotesi lo è ancora di più.

AMARSI
Se non ti ami, come puoi amare gli altri? Ma che vuol direamare se stessi, volersi bene? Quasi tutti in realtà scambiamo l’amarsi con il piacersi: avere in mente una figura ideale e cercare di assomigliarle, di diventare simile a lei. Non si tratta tanto di diventare se stessi: tutti noi già lo siamo, ma compiamo continui e inutili sforzi per mantenere in vita quello che crediamo di essere, il personaggio che abbiamo in mente. Per questo motivo ci muoviamo in un continuo, deleterio riferimento al passato, un mondo morto che ormai non c’è più. Tutte le volte che gli uomini hanno cercato di diventare migliori, di creare un mondo migliore hanno fatto cose terribili. Come scrive Dostoevskij: ′quanto più avevo coscienza del bene e di tutte quelle talicose ′belle e sublimi′, tanto più affondavo nel mio fango etanto più ero disposto a metterci radici′.
Per il nostro mondo interno, per la nostra anima, l’idea di “ricominciare” crea immediatamente disagio. Per l’anima non siamo né inizio, né fine: tutta la nostra vita si svolge fuori dal tempo. Quando ci diciamo che vogliamo ricominciare è come se giudicassimo sbagliata la nostra vita, volessimo cambiarla, dicessimo “proverò un’altra volta aessere come mi sono messo in testa”. Così mi sono collocato nel posto sbagliato, ho in mente un progetto per me, mentre la mia essenza sta svolgendo perfettamente il suo progetto. Non c’è niente da ricominciare.
In macchina allora semplifichiamo le curve che abbiamo in mente, liberiamo il grafico. Non serve definire noi stessi, dirci cosa siamo, o come siamo, definire il nostro carattere, le nostre (reali?) emozioni. Non so chi sono, non so dove devo andare, non so cosa sia meglio per me, non c’è niente da decidere, nessun progetto da realizzare. Queste sono le parole che l’anima adora. Al mare, sulla spiaggia, o mentre si guida se siamo così, stiamo bene.
Non c’è niente da migliorare, da cambiare.

Il viaggio di ritorno.
Durante il nostro viaggio di ritorno, un viaggio ormai nella coscienza, ciascuno di noi troverà normale accantonare il proprio grafico e abbandonarsi al fluire dell’essenza. Non c’è niente che la rappresenti così bene come l’immagine di una sorgente. Nasce da un luogo sotterraneo, invisibile come una grotta ed è inesauribile e in movimento: è il simbolo stesso dello scorrere dell’eternità. La sorgente sta realizzando noi stessi, sta facendo il nostro essere come va fatto, e per lei la nostra opinione conta meno di niente. E’ importante attivare l’immagine della sorgente perché noi, al di là di quello che ci è accaduto, sorgiamo come il Sole ogni giorno, nasciamo ogni istante.

Marco Biagioli

Author Marco Biagioli

Marco Biagioli, consulente finanziario e pubblicista, collabora a diverse testate finanziarie. tel 3483856053

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