“La voce non è qualcosa che abbiamo ma qualcosa che facciamo … ” F Fussi. Miglioriamola con il canto “semplificato”!
“Quasi tutte le cose che faccio nascono dal non saperle fare, posso dirlo. Ballo perché non so come si fa, canto perché non so cantare, faccio concerti per imparare a farli” Jovanotti. Una volta, raccontano le mondine, si cantava: ”per far passare il mal di schiena … dalla partenza del paese d’origine al ritorno, durante le ore di lavoro, in quelle di lotta e di sciopero e in quelle dedicate al cibo, al riposo o alla festa”. Così nell’esercito i legionari romani cantavano, oltre ai canti di guerra, sfottò su G Cesare soprannominandolo “zucca pelata”; ed in ogni casa erano diffusi “la leggenda del Piave” o canti religiosi. Oggi cantiamo poco, magari solo sotto la doccia; forse perché ne abbiamo degradato inconsciamente il valore riservandolo erroneamente ai talentuosi. Ma in verità è un fatto istintivo; gruppi e tribù hanno cantato e ballato insieme per migliaia di anni per costruire lealtà, creare connessione, avere maggior consapevolezza di sé. ”Anche solo immaginare il tuo modo di parlare mi calma. E mi rende felice. Mi scorre nel corpo come una medicina, facendoti gorgogliare dentro di me. Non smettere. Non smettere mai” D Grossman.

le mondine raccontano che …
“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia” L V Beethoven. Non cantiamo per affermare la nostra bravura o il nostro bisogno di considerazione ma per creare bellezza e stupore attraverso la Verità del nostro Essere. Basta trovare il coraggio di scoprire la nostra Voce senza imitare le altre e di lasciarci andare al suo Mistero. Sappiamo che il canto connette al lato destro del cervello responsabile dell’intuizione, emozione e creatività. Fa si che i neurotrasmettitori si colleghino in modi nuovi e si liberino quelle endorfine che ci rendono più intelligenti, sani, felici e creativi. Ben più utilizzato è il lato sinistro che controlla i processi logici ed è costantemente bombardato da informazioni che elaboriamo ed analizziamo. Lo stimolo musicale inoltre è quello che attiva la quantità maggiore di aree del cervello e favorisce la produzione di un elevato numero di sinapsi neuronali atte ad accrescerne il livello di performance. “La musica apre la mente all’immaginazione, aiuta a raggiungere i sogni “ S Sciarrino.

cantiamo per creare bellezza e stupore
Cantare, fare l’amore, mangiare, fare sport, (ma anche assumere droghe) sono stimoli che fanno registrare i livelli più alti di dopamina mentre accendono la “centrale della gratificazione”. In sostanza si può decidere con quale stimolo attivarla per stare sereni, visto che tutti coinvolgono le stesse aree cerebrali. Perciò sfruttiamo il canto che è sempre a portata di mano; bastano tre minuti ed anche i meno bravi abbassano i livelli di cortisolo (l’ormone associato allo stress), sincronizzano pressione sanguigna,respirazione e frequenza cardiaca. È bene anche sapere che le vibrazioni indotte dal canto possono disgregare gli accumuli di catarro, oltre a produrre effetti positivi sulla voce. Di certo i piccoli esercizi proposti non ci consentiranno di raggiungere i livelli di L Pavarotti o di G Proietti ma ci faranno sentire soddisfatti del miglioramento e fieri di padroneggiare la nostra voce un po’ sulle orme di quelle voci gravi che si sentono nei trailer dei film d’azione. Laddove non a caso viene scelta una tipologia fuoricampo roca e profonda alla quale le persone associano maggiore potenza. “Vorrei fare la De Filippi ma non ci riesco, perché la sua voce è stata progettata da Kgb e non riesco a imitarla, e lei, senza quella voce, non si può fare!” V Raffaele. La voce grave poi aiuta il pensiero astratto dice Stel, con effetti importanti di stimolo su creatività, autocontrollo e introspezione.

scegli come attivare il benessere
“La voce umana è il più bello strumento che esista, ma è anche il più difficile da suonare” R Strauss. La musica e il canto richiedono una profonda unità del fare e del capire, anzi richiedono un fare per capire, come vorrebbe anche un insegnamento adeguato delle tecnologie. Quel “fare” oggi declassato a un’applicazione più o meno utile, come se l’azione non potesse essere un modo di ragionamento incarnato. Illuminante in tal senso è la partecipazione all’esecuzione del Messiah di Handel a Sheffield che “per molti amanti della musica è per l’oratorio quello che lo Schiaccianoci è per la danza” Hogwood. Mentre il pubblico si alza a cantare potremmo comprendere molto dell’anglicanesimo, della filosofia e dell’antropologia, della forza ma anche della debolezza di un popolo e di una mentalità. Cantare è un gesto che unisce diversi tipi di segno, richiede presenza fisica, emotiva e ci rapporta con chi ascolta o canta insieme a noi. È intrinsecamente relazionale e riunisce intorno a segnali condivisi sia le comunità di ogni religione che gli ultras negli stadi: il canto crea unità.

il canto crea unità

“… la respirazione ottimizza lo sviluppo cerebrale …”Goleman
Spesso si sente parlare di “voce in maschera”, falsetto, voce di petto o di collocare il suono in fronte. Bene, il falsetto (ricordate lo yodeling tirolese oppure i “Bee Gees”?) e la voce piena sono registri primari della voce e si riferiscono ad eventi puramente laringei. La “voce di testa” e la “voce di petto” sono invece utilizzati in riferimento alle particolari sensazioni vibratorie percepibili in registro pieno avvertite in quei distretti extralaringei. La prima ad esempio si riferisce alle emissioni acute caratterizzate da consonanza in testa, cioè vibrazioni percepibili nella scatola cranica dovute all’attività del muscolo cricotiroideo.
“La nostra voce è la musica che fa il vento quando ci attraversa il corpo” D Pennac. La corretta emissione della voce prevede quello che i foniatri definiscono il bilancio di risonanza. Vale a dire l’equilibrato sfruttamento di quell’insieme di cavità che costituiscono la nostra “cassa di risonanza” le quali fungono da sorta di megafono per l’amplificazione dei suoni. Nel canto dobbiamo aiutare la nostra voce a non uscire “piatta“ dalle corde vocali alla bocca, come una “pernacchietta”, ma ad innalzarsi oltre il cavo orale, per arrivare al palato molle (o velo pendulo), ed indirizzarsi negli ampi spazi del retronaso, dirigendosi poi fuori dal volto. È quindi importante che il palato molle venga mantenuto dolcemente alto, dilatato ed elevato proprio come avviene in un gesto iniziale dello sbadiglio, con un senso di ampiezza verso l’alto e fuori, come se l’aprissimo per far salire lo sbadiglio. Si può vedere il corretto sollevamento del velo pendulo spalancando la bocca davanti allo specchio emettendo una nota lunga e dando a noi stessi la sensazione di chi sta per starnutire.

dove nasce il canto
I maestri di canto dicono di collocare il suono in fronte, in maschera, in fondo alla gola, tra gli occhi, dietro la nuca e si sbracciano per farsi comprendere ma per quanto diano suggerimenti utili a creare suggestioni, nell’intento di mettere in moto comportamenti fisiologici corretti, queste non sono ovviamente realtà concretamente eseguibili. Le sensazioni verificabili in una corretta emissione non possono essere recepite finché la voce non è correttamente usata: un effetto non può produrre una causa. Solo a quel punto potrà essere utile pensare a metafore vaghe e ambigue tipo: la “pallina da ping pong sostenuta al centro degli occhi da quello zampillo di fontana che è il fiato” o la “banconota da centomila lire stretta tra le chiappe”.
La famosa “emissione in maschera” fa riferimento a quella parte del viso coperta dalle mascherine di carnevale ed indica la localizzazione delle sensazioni vibratorie muscolo scheletriche prodotte dall’onda sonora nelle strutture anatomiche attraversate o verso cui l’onda stessa si propaga cioè nelle strutture ossee del viso. Si sente durante l’emissione di un suono ‘impostato e proiettato’ a livello del tessuto osseo e dei tessuti molli sovrastanti i distretti che corrispondono al contorno occhi, agli zigomi fino al labbro superiore. E’ necessario evitare di equivocare tale ideale di percezione vibratoria, o consonanza, considerandolo una reale risonanza fisico-acustica: mettere un suono in maschera non significa far ‘giungere’ il suono da alcuna parte, tanto meno ‘alla radice del naso’. Tra l’altro un eccessivo utilizzo delle cavità nasali come risuonatori realizza un antiestetico timbro: “la sensazione è di un suono che rimane -dentro- il cantante” F Fussi. Per comprenderlo si possono usare i fonemi m, n, gn o fare vocalizzi di sillabe nasalizzate ma, me, mi, mo, mu.

voce in maschera
Ma come suona la nostra voce alle orecchie degli altri? Noi la sentiamo in quanto arriva direttamente dalla bocca lungo le guance. Ecco basta mettere due piccole cartelle, o le mani aperte, ai lati del viso appena davanti alle orecchie ed il suono dovrà aggirarle e quindi verrà modificato da una serie di variabili solo apparentemente distinte tra loro (la temperatura, l’umidità, il numero di persone che ci circondano, i luoghi aperti o chiusi). In questo modo potremo sentire la nostra voce proprio come viene percepita dagli altri. Lavorare su di essa non significa modificarla allo scopo di costruirsene una nuova, bensì rimuovere le scorie che vi si sono depositate, destrutturare i problemi che hanno messo radici in noi e recuperare l’unità pensiero-corpo-voce, come nei bambini o negli animali, che non pongono barriere o filtri alla loro necessità di esprimersi. “La voce raccoglie e traduce la tua salute fisica, le tue preoccupazioni emotive e i tuoi problemi personali” P Domingo.

ascoltare diversamente la propria voce
Ecco di seguito alcuni piccoli esercizi da fare anche al mattino prima di andare al lavoro. Come per tutte le discipline anche il canto richiede un riscaldamento che può iniziare massaggiando le guance con il palmo della mano in senso rotatorio per rilassare la mascella. Per proseguire poi facendo un suono simile a “mmm” su una scala dai toni bassi a quelli alti. La sensazione di solletico attorno al naso e alle labbra è un segno di corretta esecuzione. “M” e “N” sono le consonanti nasali più indicate a riscaldare la “maschera”. Sarà una scoperta la possibilità di “muovere” questo suono all’interno del corpo esplorando tutti i risuonatori dall’addome alla fronte con note basse e alte. Quindi emettere la “r” in modo continuo mettendo la lingua dietro i denti superiori ed espirando con forza giocando a variarne il suono e il tono. Un luogo comune da sfatare è che l’aria debba essere sempre presa dal naso. Dato che la quantità d’aria inspirabile per via nasale è nell’unità di tempo circa un terzo rispetto a quella per via orale si sceglie quest’ultima per evitare pause necessariamente più lunghe. E’ vero che il naso serve a far giungere ai polmoni aria filtrata, umidificata e riscaldata, e impedire l’essiccamento delle mucose interne, ma questo sarà veramente importante solo se si respira a bocca aperta tutta la giornata. Ricordiamoci durante l’espirazione nessuna apnea dovrà interrompere il suo fluido e naturale movimento fino a far rientrare la “fontanella gastrica”.
Il momento dell’emissione della voce è delicato, perché si rischia, aprendo la bocca, di “perdere l’appoggio della voce nella maschera”. Perciò continuiamo a pensare che il suono “mmm”, ostacolato dalle labbra, prema per uscire all’esterno, ovvero che “bussi” dietro la maschera per farsi spazio verso l’esterno. Aprendo poco la bocca produrremo le vocali chiuse (u, o, é, i); aprendo molto la bocca produrremo le vocali aperte (è, ò, a). Per far risuonare la voce anche all’interno della cavità orale dobbiamo immaginare di allargare la gola come quando sbadigliamo ma sempre pensando di inviare la voce nella maschera, altrimenti rischiamo di “ingolare” la voce e di irritare la mucosa faringea. Possiamo divertirci a tenere a lungo i suoni esplorando tutte la vocali alternandole.
La lingua va mantenuta verso il basso in tal senso ci si può esercitare intonando yor, yé, yi e gno, gne, gni. Un altro esercizio consiste nel posizionare la bocca come se dicessimo U ma cantando una O scura, di orco. Mantenendo la posizione UO, rilasciando la mandibola e lasciando che le labbra sporgano un po’ con l’idea di risucchiare le guance, facciamo salire il suono. Con questo effetto acustico possiamo divertirci a cantare una colonna sonora, una canzone o un inno nazionale, rallentare il ritmo o allungarne una nota che ci piace. Infine un ultimo accorgimento è cantare sorridendo come G Morandi in quanto consente di impostare meglio la voce e di proiettarla in avanti più facilmente. Ricercare una buona pronuncia sarà un passo successivo, oggetto di studio anche per i grandi cantanti che a volte migliorano poco vedi J Sutherland.

sorridere come Morandi
Diciamo che, parafrasando Humboldt, il canto offre a tutti delle possibilità infinite con mezzi finiti. È il potere della musica che d’altro canto deriva dalle Muse, le sapienti protettrici delle arti, e ne racchiude tutti i significati possibili. In definitiva, è specchio fedele dell’uomo, sempre uguale e sempre diverso. Dice D Maraini: “la sua voce, riascoltandola a mente fredda, dice molte più cose di quante dicano le sue parole”. Ricordiamoci quindi che si tratta di un valore che involontariamente si deposita nella memoria altrui; da noi dipende che vi arrivi al meglio. Grazie ai semplici esercizi proposti scopriremo nuovi e piacevoli elementi della nostra voce, fresche qualità dentro di noi che pensavamo di non possedere. Vale anche per la voce una frase di C G Jung “in ognuno di noi c’è un altro che non conosciamo”.

“in ognuno di noi c’è un altro che non conosciamo” Jung