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LA VITA È UN VIAGGIO? MEGLIO FARLO A PIEDI

By luglio 2, 2018 No Comments

“Conta solo il cammino, perché solo lui è duraturo e non lo scopo, che risulta essere soltanto l’illusione del viaggio” A. de Saint-Exupéry. Camminare per conoscere, meravigliarsi, riprendere il contatto con se stessi e la coscienza dell’esserci.

“Il Re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli: “Ora non hai più bisogno di andare a piedi” furono le sue parole. “Ora non ti è più consentito di farlo” era il loro significato. “Ora non puoi più farlo” fu il loro effetto” G. Anders. “Camminare… parrebbe esprimere una forma di nostalgia, oppure di resistenza… l’elaborazione di una elementare dell’esistenza basata su una serie di piccole cose, induce per un momento il viandante a interrogarsi su di sé, sul suo rapporto con la natura e con gli altri, a meditare su un’inattesa gamma di questioni” H. D. Thoreau. Tutti noi troviamo logica l’espressione “suonare il piano” o “fare una passeggiata”, certamente scartiamo quella di “lavorare al piano” che toglie creatività e introduce l’agire verso l’obiettivo finale. Dice F. Pacifico: ”la musica è diversa dal viaggio… il finale non è mai un obiettivo. Una composizione musicale non ha mai un obiettivo da raggiungere: se così fosse, allora la migliore orchestra sarebbe quella che finisce prima… L’unico obiettivo della danza è danzare… Ma… nella vita di tutti i giorni… ci viene suggerito sempre il contrario…”.

“Senza meta e senza punti di partenza e di arrivo che non siano punti occasionali, l’etica del viandante, che non conosce il suo avvenire, può essere il punto di riferimento di un’umanità a cui la tecnica ha consegnato un futuro imprevedibile, e che quindi non può riferirsi alle etiche antiche, la cui normatività guardava il futuro come ad una ripresa del passato, perchè il tempo era iscritto nella stabilità dell’ordine naturale” Galimberti. Il viandante è libero di agire, di scoprire il mondo attraverso nuovi percorsi, libero dal conformismo che già un secolo fa Freud definì: “la miseria psicologica della massa”, condizione di una società in cui il legame sociale era stabilito attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri.

Camminare, correre, nuotare, sono le risorse più elementari del corpo ma questa energia viene stimolata raramente nella giornata, per cui la nostra visione del mondo ed il nostro agire vengono intaccati; si indeboliscono così il senso dell’io e la conoscenza delle cose. Abbiamo imparato che lo spostamento è composto da un inizio e da una fine, che ciò che conta è arrivare, meglio se in tempi brevi. Da qui l’ansia del lasciare e dell’arrivare; il sopraggiungere di pensieri che assorbono energia a discapito dell’attività reale del nostro corpo. Ecco che diventa difficile collocarsi dove realmente ci si trova: qui ed ora. “Sfortunato colui che ha gli occhi fissi su due cammini” Proverbio curdo.

“Camminare è un’attività così innata ed antica che possiede tutta una gamma di connotazioni metaforiche…: la camminata come obiettivo/meta… (il futuro ciò a cui si va incontro),… come allontanamento dal passato (ciò che si lascia),… come processo con l’attenzione al qui e ora,… come viaggio dentro se stessi,…come blocco emotivo da superare… (camminata notturna),… come ritrovamento dei valori…” D. Fregosi. Allora dalla partenza alla meta si arriva attraverso una storia, un durante indubbiamente più complesso e ricco; meritevole di maggior attenzione rispetto alla meta stessa. “Le idee vengono camminando, diceva Nietzsche. Il camminare dissipa il pensiero, professava Sankara. Le due tesi sono ugualmente fondate, quindi ugualmente vere, e chiunque può accertarsene nello spazio di un’ora, talvolta di un minuto…” E. Cioran.

L’atto del camminare riporta alla coscienza del nostro esistere, è un modo per riprendere meglio il proprio ruolo nel mondo. Noi, sopraffatti nel nostro agire da tanti stimoli, “ospiti” della nostra storia quotidiana, camminando effettuiamo un viaggio dentro noi stessi: ”Volgi il tuo occhio all’interno e scoprirai migliaia di regioni, nel tuo cuore, vergini ancora. Viaggiale tutte e fatti esperto di cosmografia interiore” Thoreau. Dice D. Fregosi: “Camminare aiuta a comprendere il proprio atteggiamento di fronte al cambiamento ed a sviluppare la capacità di adattamento”. Nuovi ambienti liberano dai condizionamenti, fanno sperimentare i disagi e analizzare il modo di affrontarli, nostro e altrui. Chi cammina si colloca, piuttosto che nello spazio, in un nuovo modo di vivere il tempo, scandito da una serie di eventi di cui ci si riappropria: i pasti, il riposo, il sonno, le funzioni fisiologiche, il silenzio. “Soltanto solo, sperduto, muto, a piedi riesco a riconoscere le cose” P. P. Pasolini.
Camminare dentro le proprie scarpe senza considerare il tempo esterno; un passo dietro l’altro, senza anticipare, consente di dilatare il tempo del dialogo con noi stessi e scordarsi “quanto manca per arrivare”. Viviamo in una dimensione in cui il presente è sostituito da una continua anticipazione di quello che faremo fra dieci minuti, un’ora, due giorni. Un limite continuamente spostato in avanti. Ben venga allora una camminata, magari in salita, che non consente alcuna anticipazione.

Lungo il percorso si creano fisiologicamente momenti di “vuoto”, di abbondanza di tempo che ci permettono di riscoprire la bellezza e la funzione del silenzio. Si produce un’acuta sensazione di esistere ed emerge il nostro respiro, ciò che più è connesso al nostro esserci. Un denudarsi per ritrovare l’unità interiore: “la parola è una chiave ma il silenzio è un grimandello” G. Bufalino.
E’ nel silenzio del camminare che sorgono intuizioni, emozioni, consapevolezze che sono normalmente sommerse o negate nel quotidiano “dover essere come qualcuno ci vuole”. Si impara l’obiettività nell’analisi delle nostre possibilità fisiche e di autosufficienza; si riconoscono intimamente i limiti del nostro agire che non sempre dichiariamo pubblicamente. Accettarli significa potersi “gettare oltre” pro-gettare in un altrove e in un altrimenti che ancora non sono ma a cui possiamo tendere.

Per secoli i pellegrini-trekkers hanno percorso il mondo; infatti trekking deriva dal boero trek che indica il solco lasciato sul terreno dai carri utilizzati dai coloni boeri per attraversare le distese dell’africa australe. Viaggiare con il carro per cercare nuovi pascoli si chiamava trekken, da qui l’inglese trekking per designare questo continuo spostarsi in contatto con la natura. I viaggi potevano durare anni, c’era il tempo di parlare a lungo, di conoscere a fondo gli usi e i costumi dei popoli, spesso imparandone la lingua.

Camminare ci permette di entrare in sintonia, in intimità con gli ambienti attraversati, “le montagne sono le uniche stelle che possiamo raggiungere a piedi” Caramagna. Possiamo incontrare un bellissimo gioco di colori nel cielo, il volto sorridente di qualcuno, la forma di una roccia. Ogni stagione è buona: l’inverno in cui la neve addolcisce qualsiasi paesaggio, la primavera con i suoi profumi, l’estate vitale o l’autunno dai mille colori. “Sulle cime più alte ci si rende conto che la neve, il cielo e l’oro hanno lo stesso valore“ B. Vian.

Il cammino è anche una forma d’ozio abbastanza raffinata perché è altamente improduttivo ed in conflitto con l’ideologia del valore di scambio. L’appropriazione di “beni relazionali” attuata attraverso il dono è diversa da ogni altra. Mettersi in gioco nell’attesa della reciprocità, resa incerta dalla libertà dell’altro, segna il superamento definitivo sia dell’individualismo che del suo contrario, l’altruismo. La gratuità presuppone la fiducia negli altri che, unita alla ricerca consapevole di una vita sobria, riduce la sfera del possesso. La “qualità della vita” è legata soprattutto alla dimensione relazionale, allo “star bene”, insieme a, e, fra, altri; al tempo richiesto per stabilire quei rapporti normalmente frenati dai ritmi odierni.
Gradualmente il tempo meccanico e preciso ha sostituito quello biologico e approssimativo misurato dai moti degli astri e dal susseguirsi delle stagioni e delle età. Al punto da fare a pezzi il tempo per misurarlo e destinare ad ogni attività quella parte di esso strettamente necessaria. Sul piano della relazione ciò si traduce in legami frettolosi e perciò fragili, la cui quantità vorrebbe supplire alla scarsa qualità mentre vita e tempo non possono essere separati. “L’intersoggettività del consenso crea non la verità, ma la validità” Dussel. Per stabilire al meglio rapporti umani occorre dare tempo al tempo e darselo reciprocamente, fermarsi per guardare l’altro negli occhi ed essere guardati, per ascoltrarlo ed essere ascoltati: è necessario condividere un tratto di strada percorso con calma. “Camminare: non si è trovato niente di meglio per andare più lentamente” ibidem.

Il cammino è anche ascolto, incontro dell’altro, del nostro compagno di viaggio o chi capita lungo il percorso. Forti della nostra identità ritrovata, del nostro radicamento alla realtà possiamo sperimentare l’empatia; superare la competitività delle nostre “normali” relazioni e lasciare liberi di agire il senso di apertura e la necessità del confronto autentico. Non ci sono altri interessi in gioco se non la possibilità di rispecchiarci nell’altro e scambiare la nostra umanità. J. Rifkin sostiene che l’uomo ha bisogno di educarsi all’empatia per contrastare la negatività del razionalismo e del materialismo. Il cammino è empatico perché da sempre il viandante e il filosofo percorrono la stessa strada. Il camminatore sa che può trasformare la sua vita aderendo all’etica del viandante, uscire da mete o scopi precostituiti, spesso falsi e arbitrari, per entrare nella concretezza del vivere la vita per quello che è; ovvero accettando i continui imprevisti che ogni viaggio porta con sé. Imparare l’elasticità e l’adattabilità, contro la rigidità del dover essere o adeguarsi a. Il cammino è uno dei simboli più chiari del cambiamento e la trasformazione continua è l’emblema della vita stessa. “E’ cosa di un momento: io sono la strada e lascio dietro di me il viandante che ero e la distanza e l’affanno e l’incertezza, e ogni cosa è dentro la mia strada” F. Caramagna.

Chi cammina accetta che è corpo in un’epoca in cui l’ideale prevale sul reale, fino alll’anoressia che esprime il bisogno di essere l’immagine desiderata. Ecco che camminare ci riporta coi piedi per terra, fa sentire lo sforzo ed il piacere dei sensi all’opera. “La realtà vera esiste e passo dopo passo ci alleniamo ad affrontarla per quello che è. La pioggia è la pioggia, la salita è la salita… il sorriso o il malumore di un compagno di viaggio, quello sono, e non quello che mi aspetto e che mi deluderà sempre se non lo avrò” G. Ulula alla Luna. Nell’epoca del farcela sempre e comunque nei tempi giusti, approcciare mille metri di dislivello comporta il rispetto del tempo scritto sul segnavia o dettoci dalla guida.

Non si può acquistare o consumare il piacere dell’esperienza sensoriale in quanto frutto del cammino lento, consapevole, solidale e creativo. Questo gesto, cosìsemplice nella sua meccanica, ci fa riappropriare dell’essenzialità del vivere; riscoprire la nostra selvaticità, la natura profonda di cui siamo fatti. “…Abbiamo elementi decisivi per sostenere che il movimento definisce la vita, e la vita cessa quando finisce il movimento… quando si manifesta o quando non si manifesta, è ugualmente consustanziale alla definizione dell’essere vivente” Gallese. Inoltre questa specie di mantra che è il ripetersi di un passo dopo l’altro rende diverso dal solito l’accavallarsi dei pensieri che ci sembrano più “puliti” e costruttivi. “Non c’è tristezza che, camminando, non si attenui e lentamente si sciolga” R. Battaglia.

La letteratura scientifica che esplora i vantaggi per la salute procurati da una prolungata “esposizione” al paesaggio naturale è in aumento. Si registrano effetti benefici sullo stato emotivo già nel semplice guardare per pochi secondi una fotografia con un paesaggio naturale. Le performance volgono sensibilmente almeglio quando si interrompe un compito che ci mette in difficoltà con una pausa di 40 secondi per guardare l’immagine di un giardino. Sono allo studio attività che utilizzano l’immersione nella natura come terapia in un contesto in cui l’urbanizzazione è una delle cause che ha portato all’aumento dei disturbi mentali. Nuove terapie valorizzano la sinergia tra cervello e periferia del corpo: l’attività motoria in genere sembra stimolare positivamente le funzioni cerebrali, sia cognitive sia emozionali. “Camminando si consumano le scarpe, ma si vede il mondo che ci circonda. Stando fermi si consuma il cervello e non si vede niente” R. Battaglia.

Lungo la strada cambia il nostro agire, il modo di osservare i fenomeni grazie all’uso della totalità del nostro corpo che è una vera e propria sonda per conoscere il mondo. Privilegiare la sensorialità, oltre alle presunzioni intellettuali, consente di fidarci di tante altre nostre parti e placare l’uso abnorme della testa; ovvero pacificare quel devastante pensare che è alla base di ogni forma di ansia o depressione. “Nel camminare finisce la dittatura del pensiero e si torna alla democrazia fra tutte le nostre componenti” G. Ulula alla Luna. La maschera che indossiamo tende ad impoverire la capacità introspettiva, il saper stare da soli, l’andare a fondo del nostro talento, con la curiosità dell’essere unici ed irripetibili. Agire in prima persona di fronte alla realtà della natura e della vita dà il coraggio di lasciarsi andare al “sia quel che sia”, al vivere “qui e ora”. Permette di fuggire dai fantasmi del passato ed essere presenti a noi, agli eventi che arricchiscono il momento.

“Camminare significa aprirsi al mondo” ibidem; spontaneamente, senza una meta precisa per ritrovare la vera libertà, viverci per quello che siamo perché ogni passo percorso diventi una meta. ”Ognuno ha il suo Tao… un cammino da percorrere… tutto suo, l’unico che possa aiutarlo a raggiungere la liberazione vera. Nessuna imitazione è possibile. Non si danno né scorciatoie né autostrade aperte a tutti… Questo sentiero personale non lo si trova però nelle mappe delle vacanze, né nelle vacanze di élite né in quelle di massa” F. Ferrarotti.

Marco Biagioli

Author Marco Biagioli

Marco Biagioli, consulente finanziario e pubblicista, collabora a diverse testate finanziarie. tel 3483856053

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