I NOSTRI PENSIERI SONO IMPORTANTI
Recenti studi sulla coscienza stanno generando nuove riflessioni sulla vita, che sembra essere sempre più una conseguenza del nostro modo di pensare: i nostri pensieri sono importanti. “Diventiamo ciò che noi percepiamo ed ideiamo per la maggior parte del tempo; l’apprendimento “modifica” l’efficacia di specifiche sinapsi e la memoria “dipende” dal persistere di queste modificazioni” Kandel. Abbiamo, cioè, una parte attiva nella guida della nostra vita attraverso una macchina da cento miliardi di cellule: possiamo immagazzinare i giusti “file” nel cervello, prenderci cura di noi stessi e del mondo. “Se la felicita è dimensionata sull’io la gioia è dimensionata sul noi” V. Andreoli.
Il britannico S. Sutherland, in qualità di psicologo, nel 1989 fornì una definizione sarcastica della coscienza: “… fenomeno affascinante ma elusivo; è impossibile specificare cos’è, cosa fa o perché si è evoluta. Non è stato scritto, al riguardo, nulla che valga la pena di essere letto”. Il termine coscienza viene declinato per qualità etica/giuridica, filosofica, affettiva artistica neuroscientifica… in vari ambiti… : etico/giuridico, filosofico, affettivo, artistico o nel campo delle neuroscienze.
Come può la materia produrre pensieri e cos’è la mente? Quello che sembrava l’unico mistero ancora sopravvivente è stato studiato dalle neuroscienze, laddove la coscienza indica la qualità che hanno gli individui di essere consapevoli di sé, dei propri stati mentali, azioni, sensazioni, emozioni e pensieri. I neuropsicologi vengono spinti verso tali studi dalla forza e dalla qualità dei sintomi dei propri pazienti. In genere pensiamo alla coscienza come una struttura indivisibile, al contrario: “vi sono recenti studi che avvalorano l’idea di una struttura discreta e multicomponenziale dei sistemi consapevoli” A. Berti.
“Il cervello è… una grande città animata, in cui ogni membro delle varie corporazioni e ogni artigiano si dilettano in molteplici attività, comunicando fra loro e scambiandosi informazioni: è una democrazia… Non c’è nessuna sede privilegiata… nessun trono pontificio. La coscienza ha bisogno della collaborazione di molti specialisti, ognuno dei quali apporta il proprio contributo specifico” Tononi. Il cervello porta impresse in sé le conseguenze della tua storia di sviluppo, di esperienze e di vita. In base a ciò alcune cellule ritraggono i prolungamenti, altre li estendono o terminano il loro ciclo vitale. Traslando dalla patologia noi possiamo dire con J. Stern: «I geni caricano l’arma, ma è l’ambiente a tirare il grilletto».
Ecco i pensieri sulla coscienza del filosofo M. Marraffa: “Là dove Descartes vedeva qualcosa di dato e garantito… ora troviamo un luogo immaginario, il ‘teatro’ humeano, in cui in ogni istante fanno la loro comparsa oggetti che prima non esistevano e che noi siamo irresistibilmente portati a credere di aver liberamente creato, ma che in realtà sono i prodotti finali di elaborazioni cognitive totalmente inconsce… noi ci rendiamo conto allora che l’inconscio, al pari della vecchia talpa di shakespeariana memoria, ha scavato talmente tanto da regnare oramai incontrastato su tutta la nostra vita interiore”.
In passato D. Chalmers distingueva i modelli della coscienza fondati sui presupposti della fisica classica dai modelli quantistici. I primi sembrano collocarsi su un continuum localizzazionista: Damasio ha la qualità di individuare gli specifici siti neurali della coscienza, Edelman-Tononi vedono la coscienza come un processo globale coinvolgente tutto il cervello, infine Varela considera la coscienza come una qualità distribuita in tutto l’organismo. Ai secondi appartengono i lavori di L. Fantappiè e di C. King. Vi è stata poi una svolta di paradigma grazie alla scoperta dei neuroni specchio. Si è dimostrato che nella vita ogni volta che noi percepiamo degli stimoli-emozioni, noi percepiamo dei rapporti tra le cose -e tra noi e le cose- che richiamano alla coscienza le precedenti relazioni. Ne consegue che ognuna di esse, derivando dalla storia personale del singolo, ha la qualità di essere unica e irripetibile. “Avere coscienza non è tanto avere qualcosa -dentro- come sembra a noi… è piuttosto avere dentro e fuori di noi, memoria, registrazioni, rapporti con il mondo e impressioni durature…” Gallese.
I nostri neuroni costruiscono piccole strutture che sono il ricordo, sono i pensieri, perciò la plasticità è un tratto specie specifico. Il cervello cioè si modifica continuamente nella vita grazie alle esperienze. In particolare noi diventiamo umani solo ed esclusivamente attraverso la costante interazione sociale con gli altri come dimostrato dagli studi sull’intersoggettività; la condizione di felicità dell’esistere con i pensieri dell’altro.
Questi elementi offrono una sponda a quanto proviene dal passato. Tra il 700 e il 300 a.c. -il periodo dell’Età Assiale di K. Jaspers – le culture di Cina, India, Persia e Grecia esprimono l’intera gamma delle posizioni filosofiche: dallo stupore del mondo al dolore della morte. In particolare il Buddah diceva: “chi ama se stesso non deve danneggiare l’altro”, Confucio: “ciò che non vuoi sia fatto a te stesso, non farlo all’altro” e Socrate : “chi fa il male, lo fa per ignoranza del bene”. Arione di Lesbo introduce nel teatro l’antagonista per far emergere la relazione. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, in realtà, “non impone all’uomo nulla che non sia già nella sua natura ma esorta a rafforzare ciò che è già in noi… nasciamo con determinate attitudini che, inserite in un contesto sociale e culturale, si sviluppano in direzione dell’altro… Noi non siamo predeterminati” Rizzolatti. “Già non attendere’ io tua dimanda,/ s’io m’intuassi, come tu t’immii” scrive Dante riferendosi ad una modalità diretta di approccio al mondo dell’altro. Arriviamo al 1909 quandoTitchener traduce il termine tedesco Einfuhlungè con Empaty.
L’empatia è un’esperienza conscia e corporea dei sentimenti e pensieri dell’altro. L’empatia ha consentito lo sviluppo dell’uomo, ha posto le basi della felicità umana ma può essere un arma a doppio taglio in quanto è alla base della “trappola della vittima identificabile”. È talmente contagiosa che nella vita non sempre noi distinguiamo facilmente tra le proprie emozioni -pensieri e quelle dell’altro-, dalle quali noi possiamo essere travolti senza sapere bene il perché. Chi non è preparato, al contrario del terapeuta che ha le qualità per scegliere di farsi contaminare dal paziente, di fronte alla sofferenza dell’altro non sempre sa proteggersi in modo adeguato. La sovraesposizione alle disgrazie dell’altro, diversamente dal contagio di quella particolare qualità che è la felicità, fare favori a tutti, essere infermieri dell’altro, può trasformare persone solitamente generose in individui freddi, cinici, con pensieri ostili. Addirittura certe categorie rischiano la sindrome da burnout. Comunque sia non si fa un grosso favore all’altro quando, privandoci di tutto e scarichi di energia, noi lo mettiamo ad ogni costo al primo posto. In realtà nei voli di linea, in caso di emergenza, nonostante i tuoi impulsi di fare il contrario, si raccomanda di indossare la mascherina dell’ossigeno prima di aiutare e spesso salvare l’altro. Qualora noi perdiamo coscienza, in quei 15 secondi entro i quali si sviene, noi non saremmo di aiuto a nessun altro.
La cura di sé è la base della salute, già nel Siracide noi troviamo: “Curati ancor prima di ammalarti” ma oggi l’accelerazione del tempo imposta dalla tecnica, che non ci cura ma ci usa, sta causando una nuova malattia: la sop-ressione dell’anima. Solo rispettando il suo tempo lento, propedeutico alla presenza della felicità nella vita, noi possiamo stare nella misura, senza andare oltre come dicevano i greci. Al contrario oggi non ci basta mai il tempo e, stressati, invochiamo una giornata fatta di 48 ore; in verità inutilmente in quanto noi inventeremmo in quel caso nuove cose da fare alla ricerca della nostra falsa felicità.
Nella nostra vita diventa importante cambiare prospettiva ai nostri pensieri: noi non dobbiamo più individuare quali sono gli obiettivi ma ciò che ci dà emozioni. Dalla passività del risolvere i problemi spostiamo la visuale verso ciò che desideriamo nella realtà. Lo scopo diventa fare meno cose per dedicare loro tempo e attenzione. Noi occupiamoci prima delle radici poi foglie e frutti verranno di conseguenza: “la vera libertà sta nell’autoimporsi le proprie regole” Duranti Sorgente.
Siamo invitati ad usare, nei nostri pensieri, più spesso il binocolo per vedere con nitidezza i macrobiettivi; faremo così una miglior pianificazione di vita con momenti di massima produttività alternati a momenti di tempo per noi stessi così utili per gettare le basi di quel confuso concetto che chiamiamo felicità di vita. Accantoniamo il microscopio, padre di programmazioni troppo strette e nemico della felicità. “Cambia tre abitudini all’anno e otterrai risultati fenomenali” Anonimo. Apriamoci ad un nuovo mondo fatto di benessere, pensieri di calma, soddisfazione profonda e duratura; una vita dove regni la consapevolezza del presente. “Ci sono due errori che si possono fare lungo la via verso la verità… non andare fino in fondo e non iniziare” Confucio.
Ricordiamoci che si tende a sovrastimare ciò che possiamo realizzare in un anno e sottostimare ciò che possiamo fare in dieci anni di vita. Allora, davanti all’agenda vuota, selezioniamo gli impegni nella realtà importanti, quelli che costano tempo ed energia; senza che i pensieri creino un eccesso di irrealizzabili obiettivi, ostacolando i presupposti della felicità. “Se ci prendiamo cura dei momenti, gli anni si prenderanno cura di se stessi” M. Edgeworth. Siccome molte programmazioni rimangono solo dei bei progetti, dimezziamo i propositi in partenza; eviteremo così il probabile senso di frustrazione. “Solo la mano che cancella può scrivere il vero” M. Ekkart. Eliminare crea spazio, energia, leggerezza. “La perfezione si ottiene, non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere” A. de Saint-Exupéry.
Gestire bene il tempo e le risorse dipende molto da ciò che noi pensiamo. “Curati dei tuoi pensieri; diventeranno parole. Curati delle tue parole; diventeranno azioni. Curati delle tue azioni; diventeranno abitudini. Curati delle tue abitudini; diventeranno il carattere. Curati del tuo carattere; diventerà il tuo destino” R.W. Emerson. Noi compiamo scelte che, però, non sempre sono responsabili sia di fronte ai grandi temi come matrimonio e lavoro sia davanti ad un invito a pranzo. Pensieri quali: senso di colpa, giudizio, condizionamenti sono di ostacolo nella nostra vita. La nostra decisione perciò non sarà soddisfacente nè portatrice di felicità né saggia. “Ci creiamo stress da soli perché sentiamo di doverlo fare. Voi dovete farlo io non ci credo più” O.Winfrey.
Emerge una riflessione: ”a chi stiamo dando il potere e chi sono i ladri del nostro tempo, dei nostri soldi? Cambiamo la relazione con queste due scarse risorse… I ladri esistono perché noi acconsentiamo di giocare il ruolo della vittima” M. Sorgente. Confucio insegna che il saggio esige il massimo da sé, l’uomo da poco si attende tutto dall’altro; in effetti i pensieri delle persone di successo sono rivolti a cosa vogliono e a come ottenerlo. All’opposto noi troviamo i pensieri delle persone concentrate su cosa non vogliono e a chi dare la colpa; che nella vita si impegnano per aver ragione piuttosto che per cercare una soluzione. “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi” C.G. Jung.
Indirizziamo i nostri pensieri verso ciò che noi abbiamo costruito nella vita, la sensazione-emozione che ci guida, più che la felicità, è la gratitudine. Al contrario se guardiamo il passato esprimendo valutazioni emergeranno le nostre “negatività”; la parola giusta che esprime l’emozione opposta è giudizio. In realtà non è la situazione in sé ma il giudizio su un fatto che ci è accaduto che ci pone in un quadro positivo o negativo. “La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione” C. Rogers. È preferibile essere guidati dall’emozione del coraggio, amore, appagamento, felicità, fiducia generati dalla gratitudine; piuttosto che dalla paura o preoccupazione generate dal giudizio. Il giudizio è un vero veleno dei pensieri che danneggia noi e gli altri. La sofferenza psichica non è tanto un incidente che si lascia circoscrivere nel normale corso della vita quanto piuttosto un modo di declinare l’esistenza, interpretandone in vario modo il senso. Ma nella vita: “Ho imparato ad aver cura di me. Adesso so scegliere chi portare nel cuore. Ora so decidere chi tenermi vicino, ora so capire chi merita e chi no. E so che malgrado tutto ciò verrò ferita ancora, ma ora so che saprò cavarmela” S. Nelli. Noi possiamo imparare dall’antica Grecia laddove si associava al comparire di una emozione l’arrivo di un Dio che bussa alla porta. Se entra Marte o Eros è d’obbligo accoglierli come graditi ospiti. Si accettavano cioè le emozioni senza giudicare o cercarne razionalmente i moti- vi; non si entrava perciò in competizione con il Dio attraverso il proprio io. In parte l’idea di giudizio universale ci invita a non fidarci del nostro giudizio demandando tale compito. È auspicabile, allargare il concetto di cura alle relazioni, al mondo: “troppo spesso si sottovaluta la potenza di un tocco, un sorriso, una parola gentile, un orecchio in ascolto, un complimento sincero, o il più piccolo atto di cura, che hanno il potenziale per trasformare una vita” L. Buscaglia.
In questo cammino è di grande utilità recarci spesso, non è una contraddizione, in uno spazio lontano dai luoghi familiari, che abbia la qualità del silenzio perché: “l’isolamento fa grandi” V.Hugo. Anche quando condividiamo con J. P. Sartre: ”Se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia”. Rabbia, paura, gioia, felicità sono emozioni molto potenti, che emergono nella nostra vita senza intervento della volontà. La mindfuless ci ha insegnato a riconoscerle e se del caso a guidarle. Così la mente si pulisce, si calma, assapora una briciola di felicità e potremmo dire ad un pensiero: “grazie non è il tuo momento”. “Meditiamo su ciò che vogliamo realmente. Avere uno scopo saldo tende il filo della motivazione” detto Zen. Nella parabola dei talenti c’è la lode per chi si espone e li coltiva mentre c’è il biasimo per chi si accontenta di ciò che ha, rinchiudendosi nel suo “io minimo”. “Io stato d’animo, la pancia, il cuore, gli affetti partono tutti dal sistema neurologico, che ha una struttura che può essere aumentata” R. Civitareale.
Nei corsi di guida veloce l’istruttore sa bene che, in prossimità di una curva posta vicino ad un muro, la macchina in realtà sbanderà se l’occhio degli allievi va sul muro. “Se leggo ricordo, se vedo capisco, se provo imparo” detto Zen. Lui spinge la faccia del pilota girandola verso la giusta direzione: la vita strada. L’allievo tende, in questo modo, a mettere in atto le giuste strategie di guida ed implementare le proprie qualità di guida. Vale lo stesso per gli ostacoli-muri della vita. “Se vuoi veder la verità non aver opinioni pro o contro qualcosa. Contrapporre ciò che ti piace a ciò che non ti piace è la malattia della mente” H.H. Ming.
Una volta evidenziato cosa vogliamo nella vita, va fatto con passione: “in qualsiasi direzione vai, vacci con tutto il cuore” Confucio. Poi l’azione va ripetuta con costanza ed autodisciplina. In realtà solamente una piccola percentuale di persone pensa a come vorrebbe davvero il proprio futuro, una parte di questi fa delle azioni per ottenerlo e una quota ancora più piccola lo fa con costanza. “Una briciola di volontà pesa più di un quintale di giudizio e persuasione” A. Schopenhauer. Solo così si creano nuove connessioni cerebrali, che non cancellano quelle vecchie, ma amen tano quelle giuste determinando la qualità della vita. “Una 500 con il serbatoio pieno batterà sempre una Ferrari senza un goccio di benzina” A. Sacchi.
Allora l’io, la felicità, l’identità cosa sono? “Sono parole che semplificano… realtà molto complesse. Pensiamo che ad una parola… come… rabbia, gioia debba corrispondere un unitàmonolitica in pochi neuroni del cervello. Questa è la potenza del linguaggio che implica un rischio di semplificazione fuorviante. In realtà la parola identifica in pochi fonemi una galassia di stati corporei che vengono mappati simultaneamente con il concorso di circuiti del cervello che possono essere molto diversi anche se agiscono in modo concertato coordinandosi” Gallese. Freud ci ha aiutato a capire quanto poco sappiamo circa chi siamo noi grazie alla sola “ragione che si autointerroga”. Oggi le neuroscienze cognitive hanno chiarito che il confine tra ciò che chiamiamo «reale» e il mondo immaginario non è così netto. Vedere e immaginare di vedere, esperire un’emozione e immaginarsela, si fondano sull’attivazione di circuiti del cervello, pensieri in parte identici.
Noi abbiamo un rapporto con la realtà che è sempre in un certo senso “virtuale”, in quanto essa è filtrata dalle nostre precedenti esperienze, frutto di una costante negoziazione e costruzione linguistico-sociale. Per dirla con Virno: “il Comune linguistico retroagisce sul Comune prelinguistico, riplasmandolo”. Le nostre “cattive” abitudini, dalla “laurea in materia di tv” all’abbandono delle vere percezioni, vanno a condizionare i pensieri, sono fonte di condizionamento per i comportamenti (alla nostra insaputa?); noi dobbiamo impegnarci per indebolire quella sensazione, ricorrente durante la vita, che Eagleman sintetizza così: “C’è qualcuno nella mia testa ma non sono io”. Richiedi l’amicizia a te stesso; ama senza alcuna identità, senza sapere chi sei, sconosciuto a te stesso. “Amare è gioire, mentre crediamo di gioire solo se siamo amati” Aristotele. Dovremmo approfondire i termini gioia (dal sanscrito yuilo stesso da cui deriva yoga) e felicità che spesso, nei nostri pensieri, sono dei confusi sinonimi. Il miglior servizio che possiamo fare all’altro è di essere noi stessi nella gioia. “Chi crede che la felicità dell’uomo dipenda dalle circostanze reali è completamente fuori strada. Dipende dall’opinione che si ha delle cose” E. da Rotterdam.
Fonte: TRADERS’ Magazine | Italia | www.traders-mag.it | NUMERO 11-12/2016